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Black Friday 2021: potenziali strategie vincenti e difficoltà in vista

Questo non è sicuramente un Black Friday come tutti gli altri perché anticipa un Natale tra i più costosi di sempre per i consumatori. Ciò è confermato da Codacons che afferma la probabilità di un aumento di circa 1,4 miliardi di euro. Secondo una ricerca effettuata da Oracle Retail, il 39% dei connazionali ha già iniziato la corsa ai regali da mettere sotto l’albero. Un dato sicuramente importante riguarda il 13% degli stessi, che si dice disposto a pagare qualcosa in più per assicurarsi una consegna garantita.
Le piattaforme di vendita online di ogni settore, dalla più gettonata tecnologia al make up e homedecor, hanno attivato strategie di web marketing volte a rispondere a questa domanda natalizia in anticipo.
Il Black Friday diventa la prima opportunità utile per dare inizio all’acquisto dei regali natalizi risparmiando notevolmente.

Giocare d’anticipo

In questo periodo molto frenetico è essenziale per gli ecommerce costruire una strategia efficace e ben organizzata. La mossa vincente, e quasi scontata ormai, è un inizio anticipato del Black Friday, ormai conosciuto come Black Week. È frequente sentir parlare anche di Early Black Friday. A battere tutti gli ecommerce sul tempo è stato Amazon, che già dall’8 novembre ha avviato una politica di sconti anticipati.
Oltre alle offerte su tutte le categorie presenti sulla piattaforma, anche la sezione Warehouse è inclusa in questo Black Friday: Amazon ha scelto un 20% di ribasso per questa particolare tipologia di prodotti, usati, di seconda mano o con confezione aperta, che prevedono già prezzi più bassi rispetto alla media. Un mercato ancora poco conosciuto e sfruttato in Italia, ma con del grande potenziale, soprattutto per il fattore sostenibilità.
Ogni ecommerce che mira a raggiungere picchi di conversioni si organizza: la veste grafica del sito si adatta ai colori della settimana nera, con elementi aggiuntivi che mirano a spingere gli utenti verso la conclusione dei loro acquisti. Un esempio sono i banner di persuasione, che visualizzano messaggi come “il prodotto è in esaurimento” o “solo -numero articoli- disponibili, affrettati!”, o countdown per lo scadere della scontistica applicata al prodotto. Anche l’utilizzo di codici sconto a scadenza può aiutare l’ecommerce a convincere l’utente, soprattutto se la percentuale stabilita è molto alta.
Le strategie per il Black Friday, però, non si basano solo sulla costruzione del sito web per l’evento, ma anche su altre attività satelliti, con la stessa importanza. Tra le varie citabili spiccano le newsletter e le promozioni sui social network, i contatti più immediati con gli utenti.

Newsletter a tema

La newsletter spesso si adatta all’assetto grafico del sito web. Si opta per colori scuri, a richiamo del titolo Black Friday, scegliendo i prodotti su cui puntare per quella settimana. Le iniziative proposte sull’ecommerce si riflettono nei messaggi creati per gli utenti: vengono illustrate promozioni e scontistiche speciali in modo semplice, dedicate a categorie o singoli prodotti, rimandando a landing page più esplicative. L’obiettivo è il click sull’immagine o il messaggio di testo, che porterà il potenziale cliente sul sito, dove sono disposte una serie di azioni mirate a incentivare una sua conversione.

Il lavoro sui social

Facebook, Instagram, Tiktok e Pinterest, giocano un ruolo decisivo nella strategia commerciale attuata per il Black Friday. Sono piattaforme che, grazie all’attività di advertising mirata e di remarketing, riescono a raggiungere un bacino di utenti ampio garantendo molto spesso un numero notevole di conversioni e quindi un ritorno della spesa investita (ROI).
Escluderli dalla comunicazione è impensabile, sceglierli per il settore e soprattutto in base al target è un dovere che spetta ai social media manager, sempre pronti a guidare il cliente in un mercato saturo e inflazionato. Per tutti i settori, dalla tecnologia al food, arrivando al magico mondo della moda o dell’arredamento e design, le regole da seguire sono semplici:

  • immagini accattivanti;
  • poche parole (copy e grafiche intuitive);
  • scontistica chiara e definita;
  • codici sconto promozionali esclusivi per l’occasione;
  • scelta accurata delle CTA (call to action) dal “ricevi l’offerta” al “guarda di più”.

A fare da tres d’union un’unica parola Black Friday o Black Week. La stessa dicitura grafica deve condurre per mano l’utente che, cliccando sull’inserzione social viene dirottato nella landing del prodotto o pacchetto in promozione. Qui dovrà ritrovare banner o indicazioni stilisticamente in linea con quelle visualizzate sui social, e continuare così il suo processo d’acquisto.

La difficoltà nelle consegne

Una parte di coloro che sceglie di fare acquisti in questo periodo anticipa i regali di Natale, in modo tale da arrivare preparati. Si predilige l’acquisto di più regali in un’unica soluzione, o di carte regalo per ovviare ogni tipo di problema. Tutto ciò nasce dall’esigenza da parte dei consumatori di non doversi preoccupare per le tempistiche di consegna ed eventuali ritardi.
Dal Black Friday in poi diventa sempre più difficile riuscire a ricevere i propri acquisti per tempo. Ciò è dato da un sovraccarico di ordini da consegnare in primis, ma sicuramente anche dai vari scioperi nel settore logistico. Per i dipendenti delle aziende associate ai vari ecommerce, piccoli o grandi che siano, è un periodo che comporta una mole di lavoro enorme.
Proprio per questo le manifestazioni in momenti strategici, come quella del 26 novembre (giorno ufficiale del Black Friday) organizzata dai dipendenti delle aziende associate ad Assoespressi, colpiscono in modo significativo tutto il processo di consegna degli ordini effettuati negli ultimi giorni.
Anche la scarsità dei prodotti influisce molto sui vari ritardi, soprattutto per il settore tech che sta risentendo molto della mancanza di chip per i dispositivi e per il settore dell’editoria con la crisi della carta che peggiora di giorno in giorno.
Tutti gli utenti quindi puntano al Black Friday come opportunità per iniziare, se non concludere, la corsa ai regali natalizi, sfruttando le scontistiche eccezionali proposte. In questo modo, si spera di riuscire a giocare d’anticipo sui possibili ritardi. Diventa di vitale importanza la consegna puntuale, pagando anche più del prezzo standard, cercando di ovviare ogni tipo di problema.

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I consigli per un approccio formativo al digital marketing

Il mondo del digital marketing è notoriamente il “luogo” maggiormente soggetto ai mutamenti. Il motivo di queste evoluzioni, rapide e spesso inaspettate è dato da due fattori: la tecnologia e la società
Capire i processi che stanno alla base di queste due macro categorie vuol dire essere al passo, conoscere i bisogni e anticiparli, per creare strategie coerenti ed efficaci.

Partire dall’origine con Freud

Per tutti coloro che vogliono addentrarsi in questo mondo, che si parta da una formazione umanistica o scientifica, una prima doverosa lettura andrebbe sull’analisi della società. Approccio importante qualora non si abbia avuto modo di approfondire con sguardo analitico e storico, i processi sociali.
Il consiglio di lettura è “Psicologia delle masse e analisi dell’io” del 1921, il piccolo volume del padre della psicoanalisi. Il testo, una pietra miliare a livello sociologico, delinea gruppi sociali ampi e analizza i processi di massificazione di una società tardo-moderna, ma è essenzialmente profetico e di grande attualità.
Sigmund Freud ci permette oggi, di confrontare la sua società con la nostra, per capire come avvengono alcuni fenomeni di persuasione.
Resterete stupiti da quante analogie con la società contemporanea esistono, anche dopo quasi 100 anni!

Avere una storia da raccontare vuol dire avere un prodotto da vendere

Dalla televisione ai social, fino alla musica, siamo circondati da storie; tutti cercano una narrazione accattivante da mostrare al proprio pubblico, per emozionare e attivare leve persuasive che permetteranno di vendere un prodotto, veicolare un messaggio, presentare un servizio. Viviamo in uno storytelling perenne e nulla ci cattura se privo di un preciso intreccio e un’avvincente narrazione.
Nel web e offline, saper narrare è fondamentale, per questo una lettura interessante è il volume “Raccontare. Strategie e tecniche di storytelling” di Alessandro Perissinotto, docente all’Università di Torino e collaboratore di molti quotidiani nazionali. 
La parola storytelling è sicuramente diventata di dominio pubblico e come spesso avviene, l’abuso del termine può trovarsi dietro l’angolo. Questo volume infatti, mette un punto su cosa sia realmente il racconto, spiegando come la narrazione stia vivendo un nuovo rinascimento, grazie anche agli innumerevoli mezzi comunicativi a disposizione. 
Perissinotto scrive come lo storytelling, in forma audiovisiva, visiva o stampata, possa trasformarsi in uno strumento di “manipolazione” del pubblico a cui ci rivolgiamo. Quella che delinea lo scrittore, non è però una manipolazione negativa, ma è un modo di comunicare azionando le emozioni anche negli ambiti più inaspettati. 
Il fine reale di questo testo è fornire una visione oggettiva del fenomeno per poterlo applicare a diversi settori, non solo a quello della narrazione tradizionale. 
Tra i capitoli di “Raccontare” è possibile cogliere spunti interessanti su come descrivere un prodotto o un servizio anche se non esattamente emozionale; si tratta di una guida attenta per tutti coloro che si imbattono nel mondo della creazione di contenuti in un mare magnum di possibilità.

Una questione di marketing: gestire un Ecommerce

Arrivando al cuore del digital marketing, dopo aver analizzato gli aspetti trasversali, quali la complessità della società e le leve persuasive create con un racconto affascinante, siamo pronti ad addentrarci in un ambito più specifico e forse più concreto: come vendere un prodotto sul web e come gestire un Ecommerce?
Una domanda che di per sé porterebbe ad un fiume di risposte, per questo ci viene in aiuto l’Ecommerce manager Francesco Antonacci con la sua pubblicazione “Ecommerce marketing & vendite. Strumenti e strategie per vendere online” edito da Hoepli e già alla seconda edizione.
Grazie a questo testo, professionisti e non, possono comprendere come, anche in un mondo pieno di Ecommerce di ogni tipologia e dimensione, sia necessario (direi obbligatorio) creare una strategia adeguata con obiettivi misurabili e risultati tangibili
Con cura didascalica Francesco Antonacci risponde a molte domande: come creare un progetto di vendita online che funzioni realmente, scegliere gli interlocutori giusti e costruire un valido sistema di analisi volto ai risultati. 
Dall’analisi degli strumenti, alla gestione di contenuti, questo è un volume completo e adatto a tutti coloro che vogliono iniziare un percorso formativo, da freelance o in agenzia, nell’ambito della gestione Ecommerce, oppure per quella fetta di imprenditori che vogliono approcciarsi in modo consapevole alla vendita online dei loro prodotti. 

Formazione continua

Potremmo andare avanti ancora nell’elencare testi e professionalità che hanno reso il mondo del web un “luogo” più consapevole, ma la verità è che la formazione non si ferma mai, soprattutto nel digital marketing e le letture sono innumerevoli. Per questo consigliamo di frequentare i luoghi virtuali e fisici (pandemia permettendo) in cui nascono queste idee e dove si coltivano approcci nuovi. Infine il consiglio è di confrontarsi sempre, perché le evoluzioni, anche quelle digitali, partono da lì.

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Content marketing e i contenuti di valore

L’ABC della vendita online: i contenuti di valore

Cos’è e come si costruisce il lavoro del content marketing

Prima di entrare nel dettaglio del lavoro di content, è necessario fare una premessa su cosa si intende per content marketing: si tratta di quel settore del marketing che si occupa della creazione e della condivisione di contenuti testuali e visuali, pertinenti e di valore attorno ad un progetto, un brand o un servizio, con l’obiettivo di emergere, in un determinato contesto, al fine di aumentare il proprio business; ne abbiamo parlato nel nostro blog in un interessante intervista con Luca Conti e Cristiano Carriero sul’evoluzione dei contenuti online.
Il settore appena descritto quindi, assume un valore elevatissimo nel momento in cui, il servizio o il prodotto in questione, ha la necessità di esprimersi verso l’esterno. Il content diventa quindi un perno fondamentale del digital marketing (per nulla trascurabile anche offline).
Oggi ci focalizzeremo sul lavoro del web content creator nell’ambito del digital marketing. Innanzitutto è necessario capire che il content marketing ha ragione d’esistere solo se accompagnato e instradato da una chiara definizione degli obiettivi strategici, senza di essi, nella migliore delle ipotesi, il content porterà ad un risultato debole (sprecando risorse) mentre, nella peggiore delle ipotesi, il content sarà addirittura dannoso allo sviluppo. Per questo motivo è importante essere consapevoli delle potenzialità che questo settore possiede e, allo stesso tempo, capire se si hanno le capacità e le forze per gestirlo una volta messo in campo, oppure se non sia più efficace servirsi di una consulenza esterna per servizi di web marketing.

Le fasi del processo di creazione del content marketing

Come ogni processo di creazione, anche quello del content, nell’ambito del digital marketing, ne ha uno. Ovviamente ogni operatore ha i suoi processi cognitivi e di elaborazione, tuttavia esistono degli step imprescindibili:

  1. Creazione di un’analisi SWOT sulla realtà interessata dal content;
  2. Definizione degli obiettivi e dei risultati che si intendono raggiungere con il content;
  3. Creazione del target da raggiungere o analisi del target già acquisito;
  4. Analisi e scelta dei media da utilizzare per il progetto (social, email, articoli, etc… );
  5. Pianificazione del tone of voice della comunicazione da veicolare;
  6. Creazione di un programma di storytelling adeguato e forte;
  7. Analisi dei risultati;
  8. Aggiornamento di tutte le fasi appena elencate in base all’analisi effettuata a cadenza periodica.

Da questo elenco è evidente quindi che il content è un lavoro perenne e circolare, che vive di numerosi fattori, mai immobili, ma anzi sempre mutevoli, dovuti a situazioni interne ed esterne alla realtà. Un ottimo piano strategico di content, permette di essere sempre aggiornati e di non avere gup, ma soprattutto di non sprecare risorse.

La qualità del content e l’aspetto di ottimizzazione

Le fasi appena descritte non sono altro che il principio di un processo strategico. L’operatività poi, richiede ulteriori passaggi, tra i tanti la creazione di contenuti che dovranno avere caratteristiche imprescindibili quali: veridicità e unicità, ma non solo:

  1. ottimizzazione per dispositivi mobili e fissi;
  2. analisi e ricerca di parole chiave di qualità e pertinenti da sfruttare in ottica SEO;
  3. alto grado di chiarezza in termini di leggibilità e visualizzazione.

Testo e immagine sono i due elementi principali del content, in particolare però, la scrittura in ottica SEO è sempre l’elemento più controverso, perché la qualità e il livello di creatività della stessa, devono andare ad integrarsi con caratteristiche specifiche dettate da esigenze ed attività legate all’indicizzazione per i motori di ricerca.

Parola scritta ed empatia

Come accennato, il content marketing passa all’operatività attraverso la scrittura di testi capaci di vendere prodotti o acquisire leads: che si parli di prodotti tecnologici o di esperienze di viaggio, il punto di forza del content, nei testi o nei video, è il “mettersi nei panni dell’altro” e per farlo è necessario capire chi sono le persone con cui si parla. L’obiettivo di questo tipo di approccio è rendere il brand o il progetto in questione, un luogo in cui l’utente possa sentirsi a suo agio e quindi “ripostare” e “taggare” l’azienda. In questo modo è l’utente stesso ad essere veicolo per aumentare la web awareness e migliorare la web reputation del progetto. Di questo aspetto particolare ne abbiamo parlato tempo fa in un nostro articolo sugli UCG (user generated content); possiamo sicuramente dire che questa fase è uno degli obiettivi intermedi del content: catturare l’attenzione dell’utente e lavorare attraverso di lui per viralizzare il messaggio.

Creazione di personas o persone?

la creazione di modelli verosimili di utenti e clienti a cui dovremmo parlare, è sicuramente il punto di partenza sia per definire il target che per definire i topic da trattare (in tendenza e in linea con il pubblico), ma potrebbe diventare un processo sempre di più freddo. La creazione dei cosiddetti buyer personas è certamente una buona base da cui partire, ma non è sufficiente a metterci nei panni. Per poterlo fare nel migliore dei modi dobbiamo dimenticare la fretta e munirci di carta e penna, per i più nostalgici, o di tastiera per i più aggiornati e stilare una lunga lista di dubbi, obiezioni, domande, sentori contrastanti che il topic che affrontiamo potrebbe aprire.
Questi dubbi dovranno essere rimodulati su categorie di persone differenti affinché si sviluppino diversi “punti di dolore”. Una volta fatto questo immane lavoro, in base agli obiettivi prefissati e, in base alla strategia condivisa, si dovranno sviluppare le argomentazioni secondo un punto di vista (ironico, dissacrante, etc… ) che sarà in linea con le strategie messe in campo e quindi in linea con il pubblico giusto.

L’empatia nel mestiere del content creator

Fin qui abbiamo visto molti passaggi che ci hanno fatto comprendere che questo mestiere utilizza strumentazioni anche molto tecniche e si basa su risultati scientifici tangibili (attraverso Google Analytics, strumenti di monitoraggio keywords e molto altro), ma il valore aggiunto del content creator è quello di trovare una sintesi tra dato scientifico e dato emozionale; il processo da attuare sta nel filtrare il dato con una certa sensibilità, o comunque, con una predisposizione al guardare il pubblico e capirne le sfumature. Si tratta di raccontare una storia credibile e di farlo con empatia, mettere in luce un fil rouge nello storytelling e rintracciare correttamente leads di qualità, altamente profilate, affinché l’obiettivo aziendale venga raggiunto.

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User Generated Content, come usarli per aumentare la brand awareness

Far crescere la brand awareness, imporsi come qualcosa di più del classico “leader di mercato”, rendere solida la propria web reputation è uno dei pallini di tutti i brand e le aziende. Questo perché avere una brand awereness riconoscibile e affermata significa avere un rapporto esclusivo con il proprio target e assicurarsi una quota di vendite sicure per i propri prodotti.

Uno dei modi per accrescere e rinforzare la brand awareness è quella di avere una fanbase solida e reattiva, che segue il brand e che spontaneamente produce dei contenuti al riguardo, i cosiddetti user generated content.

Che cosa sono gli UGC

Di user generated content si parla almeno già da lontano 2005, quando gli utenti hanno iniziato a postare liberamente contenuti sul web. Molti di questi contenuti erano proprio testi, foto e brevi video relativi a quello che acquistavano, sceglievano e desideravano. Questo significava tirare in ballo direttamente aziende e brand, taggandoli, commentandoli e in generale diffondendo contenuti liberi su di essi. Contenuti che scatenano un tam-tam comunicativo e un passaparola incontrollato sul brand.

Adesso sembra quasi scontato e naturale postare instagram stories che contengono, ad esempio, l’ultimo paio di Nike che abbiamo comprato, o commentare con un video divertente la nostra ossessione per i Nutella Biscuits, ma questo comportamento era decisamente nuovo per l’epoca in cui sono comparsi. Sin dall’inizio, però, gli UGC sono stati oggetto dell’interesse dei brand, che hanno compreso che potevano essere dei potenti strumenti di marketing.

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Caratteristiche degli user generated content

È difficile definire a monte un contenuto pressoché spontaneo e non controllabile, ma possiamo rintracciare alcune importanti caratteristiche che aiutano a utilizzare poi al meglio gli UGC:

  • accessibile: il contenuto viene pubblicato dall’utente in modo completamente pubblico, nel posto (sito, blog, social) in cui preferisce, e poi è compito del brand trovare il modo per recuperare e valorizzare tutti i contenuti;
  • autonomo: la forma dell’ugc è quasi sempre priva di regole preimposte, e quand’anche il brand decidesse di porre delle regole, non è detto che l’utente le segua e rispetti;
  • libero: caratteristica principale degli UGC è la loro completa libertà, il fatto da scaturire dalla libera volontà/desiderio degli utenti di interagire con il brand. Ne deriva che gli UGC non possono essere pagati né sottostare a stringenti logiche di guadagno, altrimenti perderebbero la loro forza.

Perché gli utenti condividono contenuti spontanei sui brand?

Capire per quale motivo gli utenti condividono contenuti aiuta a capire che tipo di UGC possiamo aspettarci.

Le statistiche (dati CoSchedule) parlano di un 49% nati con lo scopo di informare altri utenti, magari ponendo la propria opinione all’attenzione di altri utenti affini, consigliando loro un prodotto o criticandolo apertamente.

Altri dati, invece, dichiarano che, in generale, il 78% degli utenti online condivide le informazioni per rimanere in contatto con la propria cerchia, mentre il 69% lo fa per sentirsi parte del mondo circostante.

Perché usare gli UGC in una strategia di marketing

Tra gli UGC più celebri e autorevoli ci sono le recensioni e le reviews. Gli utenti sono sempre più attenti alle forme di pubblicità online e poco propensi a credere a quello che il brand auto-afferma e auto-veicola su di sé.

I modi per difendersi da una comunicazione imposta dall’alto e nettamente di parte sono svariati, ma ascoltare quello che dicono (scrivono, postano, fotografano…) gli utenti autentico è decisamente il migliore.

Questo spiega il successo di siti come TripAdvisor, nato dalla condivisione di recensioni degli utenti in fatto di viaggi, ristoranti, hotel, ecc. Questo spiega anche perché è importante avere un sistema di recensioni nel proprio ecommerce e cercare il più possibile di raggiungere buoni livelli di reviews nei marketplace. Insomma, quando dobbiamo acquistare qualcosa, ascoltare l’esperienza di altre persone nella nostra situazione o in situazioni simili ci rassicura, aiuta nella scelta e impedisce, talvolta, di commettere degli errori.

Ecco un’immagine riassuntiva che testimonia quanto gli UGC influiscano sul trust score di un brand (dati Olapic condotto negli USA):

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Come impiegare gli user generated content nel web marketing aziendale

E tutto questo riassume perché gli UGC sono importanti e perché possono essere uno strumento davvero efficace in una strategia di digital marketing. Ma come fare a utilizzare dei contenuti che per definizione sono liberi da regole e spontanei? Esistono diversi casi di successo rimarchevoli al riguardo: strategie di marketing che hanno saputo guidare l’entusiasmo del popolo della rete per veicolare dei contenuti a supporto dei propri servizi e prodotti.

Innanzitutto, è possibile iniziare a tracciare e raggruppare gli UGC che gli utenti condividono spontaneamente sul brand, taggandolo o utilizzandolo negli hashtag. Dotarsi degli strumenti per rintracciare questi contenuti (google trends, tool di social marketing) è fondamentale.

Dopodiché, bisogna passare all’analisi degli UGC: leggere, comprendere e organizzare questi contenuti, attuando attività di web monitoring e social listening, comprendendo cosa gli users dicono, come parlano dei prodotti, cosa elogiano e cosa invece criticano, in modo tale da poter creare una strategia di comunicazione e marketing che riprenda questi elementi.

Un modo per ottenere dei UGC senza ottenere un effetto boomerang è quello di stimolare direttamente l’engagement degli user attraverso domande dirette, sondaggi, quiz e Call To Action che attraggano la loro attenzione, curiosità e azioni. Per far in modo che le persone partecipino alle iniziative lanciate dal brand, è importante capire cosa sta davvero a cuore degli utenti, accettando anche che potrebbe essere ben lontano/diverso da quello che il brand ha già autonomamente progettato e vorrebbe mettere in mostra in primis.

Ideare un hashtag per invitare all’azione, ingaggiare un influencer che dia il via ai giochi e agli UGC, creare un contest che popoli un certo tipo di contenuti, possono essere modalità di ingaggio degli users.

Case history made in Italy

In questo senso, i case studies di successo, non mancano e sono individuabili in tutto il mondo.

Uno su tutti, completamente italiano, dal successo incontrastato e citato nei libri di marketing, è rappresentato dal Mulino che Vorrei del Mulino Bianco: una immensa piattaforma in cui vengono postate ricette create dagli utenti con i prodotti del brand, ma anche vengono interpellati direttamente con quiz e sondaggi, e vengono invitati a condividere opinioni e punti di vista su ciò che Mulino Bianco produce e commercializza.

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Questo ha creato una community fortissima intorno al brand che ne sostiene le attività e ne rafforza la potenza online, assicurandone un riscontro in termini commerciali per i nuovi prodotti e iniziative, guidando sapientemente le attività di marketing e le strategie finali.

Se vuoi implementare una strategia di content marketing e utilizzare gli user generated content, contattaci. Saremo lieti di costruire con te le attività più adatte alla crescita della tua azienda!
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Influencer marketing: come fare storytelling con gli influencer

Influencer e storytelling sono forse tra le parole più abusate del digital marketing – qualunque sia il settore in cui si sta lavorando, che sia un Ecommerce di cosmetici, o che si stia facendo un’analisi di mercato arredamento, o  si stia operando nel web marketing turistico. Eppure, quando mettete a punto la vostra tattica con trigger, definite la “strategia definitiva”per gestire l’Ecommerce, o affinate tool (e coltelli) da draghi delle vendite online, probabilmente dimenticate una parte molto importante dell’intero sistema: gli utenti.

Anche gli utenti hanno le loro tattiche, tecniche e strategie

Non useranno magari tool e strumenti, ma gli utenti sanno decisamente riconoscerli e sanno anche come proteggersi. Ormai è un fatto: gli users hanno sviluppato i loro trust issues, cioè i loro metodi per verificare la veridicità di brand, prodotti e comportamenti online, e hanno sviluppato le proprie tecniche di difesa dall’online advertising. D’altronde, fondamentalmente le persone non fanno ricerche online per essere attaccati da offerte di Ecommerce di abbigliamento o di prodotti cosmetici o farmaceutici, ma ci si collega al web per perseguire i propri scopi personali. Surfare tra contenuti brandizzati, ignorando tutte le proposte e offerte non richieste, è un consapevole meccanismo di selezione naturale e attenzione verso ciò che è rilevante ai propri fini. Eppure anche in un panorama di pubblicità e call to action costanti, i brand e le aziende sopravvivono – anzi, fioriscono – intercettando il proprio target. La domanda quindi è: come rendere i propri contenuti davvero interessanti? Come stabilire quella connessioni brand-cliente che supera la mera ADV? Come si costruisce una relazione di fiducia per entrambe le parti? La risposta è semplice: raccontare una storia – esatto, fare storytelling. Ogni brand ne ha bisogno.

Come fare storytelling in modo credibile e coerente

Ci sono dei motivi per cui le storie funzionano. In un mondo sempre più carico di competitor ad ogni livello, la comunicazione di nessun brand o di nessun Ecommerce può limitarsi a ricalcare i soliti refrain: Noi siamo i migliori!/ Esistiamo dal lontano 19xx/ Compra da noi perché abbiamo i prezzi più bassi!. È tempo di cambiare musica. Non solo: bisogna specificare che generare traffico non significa generare direttamente engagement e conversioni. Aumentare le visite al tuo sito web non produce un diretto aumento delle vendite o dei lead. Gli utenti cercano ragioni per comprare il tuo prodotto: l’esperienza che rende rimarcabile il tuo servizio rispetto a quello degli altri; gli utenti ricercano la filosofia di vita che sostiene la tua azienda, i tuoi prodotti e servizi, per capire se sono interessati o meno. Ogni brand, ogni marchio, ogni azienda che vuole sopravvivere al mercato online può solo fare una cosa: raccontare la sua storia, trovare la sua idea distintiva, entrare in reale comunicazione con i propri utenti.

Impara a vendere attraverso la regola Show&Tell

L’influencer marketing è un’arte sottile e gli influencer possono essere armi potenti da maneggiare con la dovuta attenzione. I casi di storytelling di successo insegnano che, per avere una narrativa convincente e creare un legame brand-customer avvincente, bisogna puntare e risvegliare i valori profondi cui il brand si ispira. Questo è uno di motivi per cui molte agenzie di comunicazione e marketing delineano una personalità basata sui valori fondanti del proprio brand. Lo storytelling del brand non deve riguardare esclusivamente la promozione del brand, ma abbracciare la conoscenza e l’informazione dei suoi prodotti, valori, mission e vision. Delineare la comunicazione aziendale fondandosi  sui principi ispiratori è molto più saggio che basare la strategia di comunicazione basata sulle specifiche caratteristiche del prodotto. In questa cornice, individuare influencer che siano di reale supporto alla filosofia aziendale, che la rappresentino naturalmente o che sappiano reinterpretarla portandola ad un livello più ampio (o ad un nuovo target) significa fare jackpot. La regola dello Show&tell è proprio questa: mostrare e parlare del proprio prodotto, dei propri valori, della propria filosofia aziendale nel day by day, nel suo semplice svolgimento, meglio ancora se supportata da qualcuno che incarni quegli stessi valori e idee – e abbia numerosi follower sui social. Il must è quindi sell through show and tell ed è in quest’ottica che entra in gioco l’influencer marketing. L’influencer può essere il mezzo fisico che mostra e amplifica il tuo spettacolo.

Non dimenticarti mai di scrivere per i tuoi lettori

Questa che sembra una regola di un corso di scrittura creativa, è in realtà una validissima regola di digital marketing. Facciamo un passo indietro. Siamo sempre nella selva di internet. Gli utenti cercano informazioni all’interno di un bosco ricco di fiere acuminate assetate di clic. Il sito aziendale deve diventare il sito di riferimento per uno specifico topic o argomento di elezione.Questa regola vale per ogni tipo di strategia di marketing: vale per gli Ecommerce di elettronica, per il marketing farmaceutico, persino per il marketing degli agriturismi. wilton-cakes-blogUn esempio calzante in merito è dato dal case study di Wilton, il brand diventato punto di riferimento per il baking su misura. Il motivo è semplice: sul blog di Wilton troverete centinaia di contenuti interessanti e utili per il target tipo di Wilton. Ogni volta che l’appassionato di torte decorate ha un dubbio o ha bisogno di una ricetta stimolante va sul sito di Wilton per trovare ciò che gli serve – e lo trova. «Content is the king» è la regola aurea che mai bisogna dimenticarsi nel mondo digital. Il modo migliore per guadagnare credibilità e autorevolezza, oltre che per posizionarsi degnamente su internet, è pubblicare contenuti che rispondono ai bisogni dei tuoi lettori.  Individuare precisamente i bisogni del target, suddividendolo in tante buyer personas con differenti necessità e problemi, aiuta a centrare l’obiettivo riuscendo a soddisfare davvero le attese del pubblico. In un’era in cui i customers sono sempre più distratti e bombardati da pubblicità e contenuti di ogni tipo e forma, è chiaro che costruirsi la propria autorevolezza diventa strategico. Ma non basta solo cucire il proprio piano editoriale social sui desideri dei customers: bisogna anche scovare colui o colei che sappia dar forza e credibilità a quei contenuti.

Amplifica la storia del tuo marchio attraverso influencer

Esattamente come in ogni sistema sociale, ci sono persone che hanno più carisma e influenzano di più e meglio il giudizio, il comportamento e l’idee degli altri. Sui social e online, questo compito è svolto dagli influencer. In fondo, gli influencer sono degli storyteller: ognuno ha la propria storia, il proprio ruolo, il proprio personaggio. I buoni storyteller sono da sempre degli efficaci leader, che influenzano tramite le proprie storie e contenuti. Un brand dev’essere in grado di scovarli – ci sono vari tool atti a trovare l’influencer giusto per il brand – e di utilizzarli a proprio vantaggio. E scovare i creatori di contenuti di alta qualità che fanno già uso degli hashtag aziendali e magari sono già utilizzatori dei prodotti è il massimo.

Storytelling e influencer: binomio perfetto

Lo storytelling del marchio ha bisogno di uno storyteller e alcuni storyteller sono lo strumento più efficace di tutti. Gli influencer che adorano già il marchio, che ne sono già innamorati e sostenitori sono preziosissimi. Arruolarli per incrementare il successo del brand è importante per la propria strategia di influencer marketing. Innanzitutto, bisogna rintracciare gli influencer che già usano i prodotti o menzionano il brand e i suoi hashtag. Il passo successivo è analizzare le metriche di engagement. Inutile coinvolgere influencer-bot con migliaia di follower ma nessun commento: per raccontare una storia ci vuole un essere umano, capace di creare, condividere e commentare contenuti. Fondamentale è assicurarsi che il/ gli influencer selezionati condividano e rispecchino pienamente i valori del marchio e anche che usi un tone of voice simile o integrabile a quelli del brand. Importante è che anche la linea estetica e i contenuti visivi degli influencer corrispondano all’estetica generale del marchio. Se i contenuti prodotti dall’influencer stonano con il feed del brand, meglio pensarci due volte a coinvolgere quello specifico influencer. Allo stesso modo, ogni influncer dev’essere libero di interpretare e valorizzare il brand e i suoi prodotti nel modo che più gli è consono. Per questo individuare le “affinità elettive” tra brand e influencer adatti è un’operazione delicata e profonda.

Influencer Marketing per un Ecommerce di arredamento

Un esempio fortunato nel campo arredamento casa è l’attività di influencer marketing che Socialware sta svolgendo da Settembre 2019 con l’Ecommerce di arredamento ABITAREArreda con il progetto “Una stanza al Mese”.IMG_7318 In questo caso, sono state selezionate 4 igers differenti, ognuna con il suo stile, legate al mondo del design e arredamento casa. Si è chiesto loro di fare un acquisto dall’Ecommerce, scegliendo tra mobili e prodotti per arredare una stanza della propria casa. Attraverso la scelta del mobile, l’influencer può esprimere la propria personalità, declinandola in una serie di contenuti – post e stories – legati al brand, che viene chiamato in gioco attraverso questi contenuti ingaggianti. Ogni influencer racconta la propria storia, che diventa anche la storia del brand, reinterpretata e rielaborata, pane per gli utenti che possono ritrovarsi in queste dimensioni narrative. (Per chi volesse seguire le vicissitudini di questo progetto di influencer marketing, consigliamo di seguire l’hashtag #UnaStanzaAlMese)

In conclusione…

Lo scopo finale è quello di creare una storia il più possibile autentica e reale, vicina al proprio target, in cui ci si possa immedesimare o immaginare, che faccia sognare o pensare, e che sia amplificata e sostenuta dai più interessanti creatori di contenuti dell’epoca moderna: gli influencer.
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Blog aziendale, perchè è utile per l’Ecommerce?

Vendere con il blog aziendale è possibile?

Nell’ottica di una strategia di inbound marketing, il blog aziendale è un potente canale per farsi trovare dai clienti, intercettarli e aumentare la visibilità della tua azienda sul web. Esattamente come fanno i social media e l’e-mail, anche il blog aiuta a sostenere la crescita aziendale, in primis in termini di Brand Awareness e Brand Reputation e si rivela importante per trasformare un utente che non conosce la il tuo brand in un tuo cliente. Infatti il blog aziendale si trova all’inizio del “percorso” dell’utente, in cui quest’ultimo è ancora lontano dal concetto di acquisto e non è in cerca di schede del prodotto, pagine di categorie, richieste di preventivi, fasi che rappresentano, invece, il punto d’arrivo di chi sta per acquistare.

Il blog è uno strumento non strettamente commerciale per aumentare la tua visibilità online

Quali sono gli obiettivi e vantaggi di un blog aziendale?

Il blog non è un “passatempo” per i clienti, ma ha ben altri obiettivi. Partendo da un accurato lavoro di scrittura e di ottimizzazione SEO e dalla ricerca e analisi delle keyword “informative” potrai intercettare il tuo target, coinvolgendolo con guide, consigli, approfondimenti su tematiche relative al tuo brand. Vediamo nello specifico quali sono gli obiettivi di un blog aziendale e, nello stesso tempo, i suoi vantaggi per capire come si trasforma un visitatore, intercettato nel momento del bisogno, in un cliente.

1. Imporsi come fonte autorevole nel web

Il primo obiettivo di un blog aziendale è quello di imporsi nel web come fonte autorevole e risorsa attendibile su informazioni nel proprio settore di riferimento, relativamente ai prodotti o ai servizi forniti. “Content is king” è ancora la parola d’ordine pronunciata dai più esperti marketer aziendali, verissimo in questo caso. Un blog aziendale che risponde alle domande più frequenti poste dai clienti, contiene informazioni utili per loro, ti aiuterà a stabilire la tua autorità. Un blog può risultare educativo, informativo, chiarire il funzionamento di un prodotto o un servizio, intrattenere, approfondire una tematica che non sia strettamente collegata all’utilizzo commerciale del sito. Se i potenziali clienti trovano risposte alle loro domande comuni tramite post di blog scritti da persone esperte del settore è molto più probabile che ti riconoscano come brand autorevole ed entrino, in seguito, nel processo di vendita perché ciò che hai da offrire è più completo di una “fredda” relazione tra acquirente e venditore. In parole povere, con il tuo blog aziendale potrai conquistare la sua fiducia.

2. Indirizzare il traffico verso il tuo sito web

Come possono i tuoi clienti raggiungerti pur non conoscendoti? Gli annunci su Google sono un valido strumento, ma costoso. Lo stesso vale per i social media: Facebook, come è noto, richiede un certo investimento nelle campagne di advertising, se pur utili e necessarie. Ogni volta che scrivi un nuovo post sul blog, aggiungi un’altra pagina indicizzata sul tuo sito web, un’altra opportunità di comparire nei motori di ricerca e indirizzare il traffico mediante ricerca organica. Ma non è tutto, perchè il blog ti aiuta anche a essere presente e interessante anche sui social media: il post può essere condiviso sulle tue pagine Social, anche dai follower: Facebook, Instagram, Twitter, Pinterest ti aiutano a mostrare la tua attività a un nuovo pubblico che potrebbe non conoscerti ancora. In altre parole i contenuti del blog aiutano anche a mantenere attiva la tua presenza sui social media. Quindi ti aiuta a indirizzare nuovo traffico sul tuo sito Web, lavorando a stretto contatto con i motori di ricerca e i social media per farlo

3. Convertire il traffico acquisito in lead

Incrementando il traffico al tuo sito web attraverso il blog, puoi sfruttare l’opportunità di convertire questi utenti in lead. Da una parte un nuovo post di blog è una nuova pagina indicizzata, dall’altra è un’occasione per condividere contenuti interessanti sui social, dall’altra, ma è anche un modo per acquisire nuovi contatti. Come? Tramite una call to action, un invito all’azione che permette di
  • accedere alle pagine informative
  • compilare un form per l’iscrizione alla newsletter
  • scaricare white paper o guide gratuie
  • accedere alla pagina del prodotto o del servizio fornito

Blog aziendale, esempi di successo

Da dove cominciare per portare un blog aziendale al successo?

Sicuramente dallo studio di un piano editoriale costruito sulla base delle esigenze informative del tuo target, e quindi su contenuti che risponderanno alle loro domande generiche. Quello che dovrai chiederti è: cosa cercano i tuoi potenziali clienti? Di quali informazioni hanno bisogno? Contestualmente sarà necessario uno studio delle keyword informative e delle ricerche effettuate dai tuoi utenti. In altre parole sapendo cosa cerca il tuo target potrai studiare un piano adeguato.

Quali sono gli errori da evitare?

  • Essere “commerciali” nella scrittura, parlando solo dei prodotti o dei servizi. L’obiettivo principale del blog non è vendere, ma informare.
  • Pubblicare una tantum: se non hai tempo, o un team, da dedicare al tuo blog aziendale, meglio chiuderlo. Il blog è la voce della tua azienda, ma è fondamentale essere costanti.
Anche aziende medio-piccole sono riuscite ad acquisire visibilità attraverso il proprio blog.

Gruppo San Marco, da Ecommerce di piscine a guida informativa

Gruppo San Marco, è un Ecommerce specializzato nella vendita di piscine fuori terra e interrate, stufe a pellet, arredo bagno e arredo giardin. Grazie a un piano editoriale studiato ad hoc riesce a fornire agli utenti risposte alle domande più frequenti degli utenti offrendo consigli sulla manutenzione stagionale della piscina, sull’utilizzo dei prodotti chimici adeguati, consigli per gli acquisti degli accessori, ma anche guide per l’installazione delle piscine, e inoltre approfondimenti sulle funzionalità dei componenti di una stufa a pellet, consigli per la pulizia. Il tutto corredato da video di approfondimento. blog san marco

ABITAREarreda, non solo Ecommerce di arredamento ma vero e proprio manuale di stili e tendenze

ABITAREarreda è un sito e-commerce di arredamento basato sul concetto di design Made in Italy. Grazie al suo blog aziendale a fornire agli utenti idee, consigli, ispirazioni per arredare casa nel modo giusto. Il piano editoriale è basato su guide di design e si avvale anche della collaborazione di blogger e Instagram Influencer del settore. Schermata 2019-08-09 alle 11.21.29

No Problem Flights, non solo servizio di rimborso volo ma anche consigli di viaggio

Questo progetto, basato sul servizio di rimborso volo cancellato o in ritardo, grazie al blog aziendale riesce a posizionarsi su tematiche strettamente connesse al viaggio in aereo o alle compagnie aeree, rispondendo in particolare a dubbi e interrogativi dei passeggeri. Il blog editoriale offre sia soluzioni operative per la prenotazione di un volo o per la preparazione ad un viaggio, sia soluzioni per affrontare un viaggio senza incorrere in spiacevoli disagi. Schermata 2019-08-09 alle 11.10.14 E il tuo Ecommerce è già ben avviato sulla sezione news e blog? Quali sono le tue le tue opinioni sui blog aziendali? Se sei appena agli inizi o non sai come migliorare il tuo blog, contattaci per saperne di più!
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Indicizzazione mobile-first: le novità di Search Console

Cos’è l’indicizzazione mobile-first?

Mobile vs Desktop: il sorpasso è ufficialmente avvenuto

Ormai non è più una novità già da tempo. Affermare che il traffico da Mobile ha superato quello da Desktop è ormai non solo un trend ma un dato netto che nessun marketer può più trascurare. Stando al Kpi Report 2019 di Wolfgang Digital il 53% del traffico proviene da smartphone e il dato aumenta di 10 punti percentuale se includiamo i tablet. Si tratta quindi di una tendenza stabile che, soprattutto nel 2018, ha portato all’introduzione di importanti cambiamenti in diversi ambiti, uno fra tutti l’indicizzazione. Ma andiamo con ordine. Prima di capire come Google ha risposto alla chiara mutazione del comportamento degli utenti durante gli ultimi due anni, vediamo insieme cos’è l’indicizzazione mobile-first e come cambiano i parametri di valutazione e gli strumenti di classificazione e analisi. INDICE
  1. Cos’è l’indicizzazione mobile-first?
  2. Le novità di Google Search Console
  3. Best practice per l’indicizzazione mobile-first
  4. Conclusioni

Cos’è l’indicizzazione mobile-first?

Il report di Wolfgang Digital ci offre un altro spunto di riflessione interessante. Se il traffico da Mobile ha superato da tempo quello da Desktop, non si può affermare lo stesso se prendiamo in considerazione le conversioni in base al dispositivo utilizzato. Infatti, seppur in crescita rispetto all’anno precedente, le conversioni da Desktop rappresentano ancora il 56% del totale. Gli utenti sono ad oggi sempre più predisposti alla navigazione da mobile ma continuano a convertire da desktop. Proprio per questo motivo, negli ultimi anni è diventato sempre più importante prestare attenzione all’organizzazione dei contenuti dei siti web per mobile. Due i motivi principali: da un lato l’esigenza di migliorare la mobile user experience, dall’altro adeguare i contenuti al nuovo algoritmo e ai nuovi fattori di ranking di Google che premiano le versioni mobile. Ma cosa vuol dire indicizzazione mobile-first? Rispondere a questa domanda è più semplice di quanto si possa immaginare. Non si tratta di un processo differente da quello adottato fino ad ora da Big G. Il meccanismo è sempre lo stesso: GoogleBot legge e scansiona una pagina, rileva e memorizza tutte le informazioni relative al contenuto nel suo indice e successivamente stabilisce il ranking, ovvero la valutazione che insieme ad altri fattori contribuirà al posizionamento di quella pagina in base ad una determinata query. Fin qui nulla di nuovo ma quali sono gli “altri fattori” che incidono sulla tipologia di indicizzazione? Uno fra tutti: il dispositivo. Ed è qui che il processo di “catalogazione” al quale eravamo abituati subisce un cambiamento tanto impercettibile quanto sostanziale. Mobile Users Nell’indicizzazione mobile-first Google preferisce di default leggere e memorizzare i contenuti nella loro versione mobile anziché quelli nella versione desktop. Chiariamo subito un facile equivoco, Google non manterrà un indice separato per siti in versione mobile ma al contrario indicizzerà direttamente i contenuti che trova nella versione mobile di un determinato sito web. Si tratta dunque di un cambiamento che sarà indolore per tutti quei siti, la maggior parte, nei quali le versioni mobile e desktop corrispondono perché i contenuti sono identici e organizzati con un design responsive che soddisfa pienamente la tendenza degli utenti e i nuovi algoritmi. La faccenda si complica per tutti quei siti che ad oggi presentano ancora contenuti o URL differenti nelle due versioni. In questi casi infatti Google favorirà i contenuti ottimizzati per i dispositivi mobili sostituendoli alla versione desktop. Un problema non di poco conto se a non essere indicizzati sono proprio quei contenuti importanti per il ranking presenti nella versione desktop e mancanti in quella mobile. In questo caso quindi la pagina esaminata potrebbe registrare una importante perdita di posizionamento. Ma come facciamo a sapere se Google sta indicizzando il nostro sito prendendo in considerazione la sua versione mobile? Vediamolo subito.

Le novità di Google Search Console

Ogni cambiamento delle abitudini degli utenti determina inevitabilmente una mutazione parallela degli strumenti di lavoro, soprattutto per tutto ciò che riguarda l’analisi dei dati. È proprio quando questi strumenti implementano delle novità che il cambiamento diventa reale e non più una semplice tendenza o previsione. È così gli aggiornamenti annunciati il 26 giugno 2019 da Google su Search Console anticipano di qualche giorno quello che rappresenta un concreto punto di svolta nel rapporto tra Desktop e Mobile. A partire dal 1° luglio infatti “l’indicizzazione con priorità ai contenuti per dispositivi mobili sarà attiva per impostazione predefinita per tutti i nuovi siti web (nuovi sul Web o prima non noti alla Ricerca Google)”, come si legge nell’aggiornamento della guida sull’indicizzazione di Google con priorità per i contenuti per dispositivi mobili. Da qualche giorno infatti accedendo a Google Search Console è molto facile visualizzare una notifica che comunica se il sito analizzato viene indicizzato principalmente in base al contenuto per dispositivi mobili. La notifica in basso a destra della schermata mostra anche da quando il sito è stato spostato sull’indicizzazione mobile-first, un’informazione che prima non era disponibile nonostante questo passaggio fosse già stato fatto da molto tempo. Nuova notifica Google Search Console Inoltre, grazie a queste novità è possibile identificare quale crawler (Googlebot Smartphone o Googlebot Desktop) agisce sul tuo sito. Questa informazione è indicata nella pagina “Impostazioni” di Search Console. Crawler Google Search Console

Best practice per l’indicizzazione mobile-first

Per evitare perdita di posizionamento e andare incontro a questi piccoli ma importanti cambiamenti introdotti dall’indicizzazione mobile-first, è necessario adottare alcuni accorgimenti. Ne elenchiamo alcuni tra i più immediati:
    • contenuti mobile e desktop: entrambe le versioni del sito devono avere gli stessi contenuti. Oltre al testo, anche immagini (compresi Tag Alt) e video per una corretta scansione.
  • metadati: anche meta title e meta description della versione desktop devono essere presenti e corrispondere a quelli della versione mobile.
  • controllare le due versioni su Search Console: al passaggio di Google all’indicizzazione con priorità verso i contenuti per dispositivi mobili è possibile riscontrare uno spostamento di dati. Si tratterebbe di un indicatore importante per pensare a specifici interventi di ottimizzazione.

Conclusioni

Come abbiamo potuto apprendere, gli utenti pur essendo ancora timidi nella conversione da mobile, preferiscono navigare e accedere a contenuti di diversa tipologia da dispositivi mobili. Quella che fino a qualche anno fa era solo una previsione ora è una realtà sulla quale basare l’intera architettura di un sito web e dei contenuti. Che si tratti di un sito informativo o di un Ecommerce, dal 1° luglio 2019 tralasciare l’ottimizzazione dei contenuti nelle versioni mobile potrebbe rivelarsi un errore che non è mai stato cosi grave. Alla prossima!
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Voice Search: come cambia la SEO

Cos’è la Voice Search?

Come e cosa cambia nella SEO del futuro

Capire come gli utenti cercano contenuti e soprattutto cosa cercano utilizzando nuovi strumenti e con nuove abitudini. Oggi parliamo di Voice Search e di cosa cambia nello scenario SEO con la diffusione di nuove modalità di ricerca. INDICE
  1. Cos’è la Voice Search?
  2. Come cambierà la SEO nei prossimi anni
  3. Best practice per una Vocal SEO efficace
  4. Conclusioni

Cos’è la Voice Search?

Da sempre i comportamenti dell’uomo sono condizionati e spesso determinati dei mezzi utilizzati per veicolare, cercare o produrre contenuti di vario genere. Che si tratti della ricerca di un’informazione, o delle modalità di interazione e relazione con la comunità/community, gli strumenti utilizzati non sono mai neutri e influenzano non solo i messaggi ma anche i gesti e i tempi della comunicazione. A tutto questo si aggiunge il cambiamento degli stili di vita e della quotidianità. Senza spostarci sul piano antropologico e senza citare McLuhan un dato è certo: le nuove tecnologie influiscono inevitabilmente sul linguaggio. Osservare come cambia il linguaggio in relazione agli strumenti disponibili è una delle tante buone pratiche che un SEO attento deve sviluppare con una certa costanza e dedizione. Query che qualche anno fa avevano un significato oggi ne hanno un altro, fanno riferimento a contenuti nuovi e soprattutto a risultati di ricerca diversi. Questo discorso molto ampio e interessante si regge su un grande ambito altrettanto avvincente che riguarda l’interazione uomo-macchina. Da un lato ci siamo noi che, superati i primi decenni di imbarazzo e diffidenza, oggi comunichiamo con i dispositivi con una naturalezza che migliora giorno dopo giorno, dall’altro ci sono algoritmi che interpretano questa umanizzazione del linguaggio per offrire i risultati migliori e soddisfare le aspettative di questi nuovi utenti spigliati. In parole povere, se solo qualche anno fa pronunciare in pubblico frasi come “Ehi, Google” o “Ehi, Siri” avrebbe destato ilarità o preoccupazione, oggi il motore di ricerca ha cambiato faccia, anzi per essere più precisi, oggi il motore di ricerca ha una faccia con la fisionomia di un amico o di un’amica ai quali chiedere qualsiasi cosa e con un linguaggio colloquiale. Questa è la Voice Search: la possibilità di effettuare una ricerca online senza digitare o scrollare ma con il solo utilizzo della propria voce. Basta fare una domanda parlando nel microfono o “chiamando” il tuo assistente per ricevere subito le risposte migliori, “la” migliore nel caso degli smartspeaker come Google Home e Amazon Echo. Ma cosa vuol dire in termini SEO tutto questo? Vediamolo subito. Vocal SEO

Come cambierà la SEO nei prossimi anni

Il cambiamento delle abitudini di ricerca, l’utilizzo di un linguaggio sempre più naturale e l’evoluzione degli algoritmi sono i tre elementi alla base di una metamorfosi ancora lenta ma destinata a crescere nei prossimi anni. Ricerche come “ingredienti pesto”, “offerte smartphone”, “pasticceria Bari” o “tavolo soggiorno” potrebbero diventare nell’ordine “con quali ingredienti preparo il pesto”, “quali smartphone ci sono in offerta al momento”, “dove trovo una pasticceria a Bari“ o “quale tavolo scegliere per il soggiorno”. Niente paura. Quello di cui parliamo non è una minaccia e chi si occupa di SEO non verrà svegliato nel cuore della notte dai suoi clienti per stravolgere l’ottimizzazione di blog e descrizioni di categoria. I tempi non sono ancora maturi per considerare questa trasformazione un fenomeno di massa ma di sicuro è una tendenza che inizia a manifestarsi in modo più evidente. Quelle che fino a qualche anno fa erano keyword di coda “troppo” lunga perché composte “addirittura” da più di cinque parole, oggi potrebbero rivelarsi interessanti proprio perché diventa sempre più semplice pronunciare ricerche “complesse” che digitare una query, anche di “soli” tre termini. Anche se la Voice Search è una realtà ormai possibile da qualche anno, oggi è molto importante aggiungere alla check list della SEO strategy alcuni elementi che nel tempo potrebbero rivelarsi utili con risultati positivi sul posizionamento. Nulla di innovativo o che un buon SEO non abbia mai fatto ma quelle che prima potevano essere azioni non prioritarie, oggi assumono un ruolo principale se si desidera fare della buona Vocal SEO e posizionare i propri contenuti su specifiche richieste vocali. Vediamo alcuni aspetti che diventano fondamentali: Titolo: il più vicino possibile alla domanda precisa Paragrafi brevi: il contenuto deve rispondere alle richieste in modo sintetico e chiaro, facilitando nello stesso tempo la lettura. Linguaggio naturale: facilità in questo caso è sinonimo di naturalezza. È importante quindi sviluppare contenuti che oltre a rispondere a domande precise in modo sintetico, parlino la “lingua” di chi effettua la ricerca. Dati Speakable: i contenuti dovranno essere adatti alla riproduzione audio utilizzando la sintesi vocale (TTS), per offrire una migliore UX soprattutto dei nuovi smartspeaker in commercio. Sia chiaro, non è necessario intervenire con azioni drastiche con il rischio di compromettere la coerenza del contenuto. Una delle caratteristiche premianti da preservare, indipendentemente dai cambiamenti linguistici e di comportamento degli utenti, resta sempre la chiarezza accompagnata da una equilibrata esperienza di lettura. Per un’attività di Vocal SEO efficace diventa sempre più importate fare quello che quotidianamente siamo chiamati a fare ma un po’ meglio, ovvero rispondere in modo ancora più preciso ad una domanda articolata. Per la query “con quali ingredienti preparo il pesto alla siciliana” produrremo quindi un contenuto con un titolo identico associato ad un elenco puntato con le informazioni necessarie. A domanda precisa dovrà corrispondere una risposta altrettanto precisa. Pochi fronzoli nel primo paragrafo, circa 50 parole per soddisfare il bisogno dell’utente, poi tutto il resto.

Voice Search

Due best practice per una Voice SEO efficace

Featured Snippet: alla conquista della posizione zero

Quello che è il sogno di ogni SEO nella Voice Search assume un ruolo ancora più rilevante. La posizione zero, cioè la più importante della SERP, aumenta la possibilità di essere letti dalla voce sempre meno robotica dell’assistente. Questo risultato deve contenere la risposta diretta alla query dell’utente, deve essere strutturato con paragrafi brevi e, se funzionale al contenuto, inserire liste numerate, elenchi puntati o tabelle che sintetizzino ulteriormente la risposta.

Vocal SEO & Local SEO: la vera opportunità per le attività locali

Un ambito nel quale la Voice Search inizia a diventare una reale occasione di successo è il Local Marketing. Il fatto che i due termini si distinguano per una sola consonante potrebbe non essere solo una coincidenza se pensiamo che molto spesso le ricerche vocali riguardano dei bisogni di prossimità, mentre magari si è in auto nel traffico o passeggiando al parco. Ebbene sì, le due attività sono quasi sovrapponibili in termini di efficacia e la Vocal SEO assumerà sempre più rilevanza in tutte le strategie di local marketing dei prossimi anni. Diventa quindi fondamentale per un’attività locale la qualità e la quantità di informazioni sull’account aziendale Google My Business. È consigliabile dunque compilare in modo corretto tutte le sezioni e tenere aggiornati i contenuti.

Conclusioni

Quello della Voice Search è un argomento interessante e avvincente. Un tema che parla di come cambia il nostro modo di interagire, di cercare e di comunicare. È ancora presto per capire se siamo all’inizio di una mutazione importante che solo ora inizia a generare volumi di ricerca o se si tratta di un trend momentaneo destinato a ridimensionarsi deludendo le aspettative. Per ora non mi resta che osservare mia madre che, dopo anni di query digitate in modo errato, oggi guarda il suo nuovo smartphone e dice “Ehi, Google! Quanti anni ha Claudio Baglioni?”. Difficile per me capire se la sua faccia stupita che segue questa azione sia dovuta alla risposta precisa ricevuta, o dalla reale età di Baglioni. Continuerò ad indagare. Alla prossima!
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Statistiche Email Marketing

Email Marketing: tutti i numeri del canale più anziano del web

Dati e tendenze nell’Osservatorio Statistico 2019 di MailUp appena pubblicato

Come ogni anno per chi si occupa di email marketing è arrivato il momento di fare bilanci e previsioni. Anche se il primo dell’anno è alle nostre spalle già da un bel po’, chi svolge attività di digital marketing sa bene che per analizzare e organizzare i “buoni propositi” è necessario partire da dati affidabili e ben articolati. E quindi chi opera in ambito email sa bene che il suo vero primo dell’anno coincide con la pubblicazione dell’Osservatorio Statistico di MailUp. Un documento scaricabile gratuitamente che racchiude statistiche e andamenti dell’anno precedente a partire dagli invii effettuati da MailUp durante i 12 mesi, in questo caso, del 2018.

INDICE

L’Osservatorio Statistico 2019 pubblicato pochi giorni fa da MailUp si basa su oltre 13 miliardi di messaggi, ovvero 11.000 clienti della nota piattaforma di email marketing. Un’analisi che offre informazioni molto utili sia sulle tipologie dei messaggi inviati (DEM, newsletter e transazionali), sia sulla tipologia dei destinatari (B2B, B2C e B2B+B2C). Un altro contributo importante è quello dedicato ai settori commerciali, una panoramica molto utile dalla quale partire per l’elaborazione o l’ottimizzazione di una strategia di digital marketing efficace.

Un anno di Email Marketing: ecco i dati

Tassi di apertura in aumento del +12,7% rispetto al 2017

Tra tutti i canali di ogni strategia di digital marketing, l’email è di certo il più longevo. Interrogarsi sulla crescita di un canale con più di 45 anni di storia può sembrare una pazzia in un contesto sempre più dinamico, eppure quello che si apprende dall’Osservatorio Statistico 2019 di MailUp sorprende anche i più scettici. Rispetto al 2017 infatti il primo dato rilevante vede in crescita la fiducia nel canale in termini di apertura dei messaggi totali inviati che cresce del +12,7%. A crescere è quindi l’engagement nella fase centrale del funnel che, pur rimanendo stabile nel B2B, si conferma in netto miglioramento sia per il comparto B2C sia per quello misto B2B+B2C.

Email Marketing in Italia
Osservatorio Statistico 2019 di MailUp

Questo primo dato attesta un costante e crescente rafforzamento del rapporto tra azienda e destinatari, confermando l’importanza e la resistenza di un canale che delude sempre meno le aspettative tra le aziende che veicolano contenuti commerciali o informativi e gli utenti/clienti disposti a utilizzare uno strumento così diretto.

Tassi di clic: cresce meno il grado di rilevanza dei contenuti

Un secondo dato interessante è quello che riguarda il CTR. Stando a quanto riportato nella ricerca, pur migliorando di anno in anno e attestandosi intorno al +7,8% complessivo, la tendenza del tasso di clic non è proporzionale a quella del tasso di apertura. Ciò vuol dire che la crescita di interesse e di fiducia nel canale, non corrisponde del tutto ad una equiparabile rilevanza dei contenuti veicolati. I dati sul tasso di clic mostrano quindi un potenziale non ancora capitalizzato con importanti margini di miglioramento.

Il tasso di clic è la fase più importante nel funnel dell’utente di una campagna di email marketing, quello che nel report di MailUp è definito come il vero “bersaglio” dell’email strategy. Occorre dunque continuare a mettere in campo tutte le risorse necessarie per proporre contenuti sempre più vicini alle aspettative del singolo destinatario, impostando scelte strategiche e commerciali personalizzate e strettamente legate agli interessi e alle abitudini degli utenti.

Newsletter, DEM e Transazionali: tre tipologie a confronto

Procedendo nell’analisi dei dati relativi al 2018 riportati nell’Osservatorio Statistico di MailUp e spostandoci sulla tipologia di email, la newsletter conferma il suo vantaggio schiacciante su DEM e messaggi transazionali. Passando dal 67,7% al 70% in termini di volumi, si attesta un rinnovato interesse per contenuti informativi che nel B2C e B2C+B2B vedono un significativo incremento, mentre il leggero peggioramento appare la newsletter in ambito B2B puro.

Statistiche Newsletter
Osservatorio Statistico 2019 di MailUp

Anche in questo caso però le statistiche sul tasso di apertura e clic confermano il dato complessivo. All’aumento del primo infatti non corrisponde un miglioramento proporzionale del secondo. Questa incongruenza di traduce in una minore capacità di conversione nella fase più importante del funnel di una strategia di email marketing. Si tratta di un limite superabile prestando maggiore attenzione alla qualità e pertinenza dei contenuti veicolate, oltre al miglioramento dell’usabilità (layout e call-to-action).

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Tra le tipologie di invio, i messaggi transazionali sono quelli che registrano i risultati più positivi. Il dato è di certo strettamente legato al contenuto e alla funzione di queste email. Si tratta di messaggi automatici relativi all’invio di credenziali d’accesso, all’attivazione di un servizio, al tracciamento delle spedizioni, alla comunicazione di avvenuta consegna, alle conferme d’acquisto. Parliamo dunque di tutte quelle email magari attivate da un trigger, ovvero da un’azione dell’utente che è una chiara manifestazione di interesse.

Statistiche Transazionali
Osservatorio Statistico 2019 di MailUp

Le email transazionali rappresentano quindi una certezza da non sottovalutare nella costruzione di una strategia di email marketing. L’elevato grado di interesse del destinatario rappresenta un’importante opportunità per consolidare e rilanciare la relazione tra l’azienda e l’utente/cliente, con delle chiare opportunità commerciali.

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Anche il comparto DEM è caratterizzato da un visibile miglioramento. I messaggi di natura strettamente commerciale e promozionale si confermano quindi un importante strumento utile ad accrescere la fiducia dei destinatari. Come riportato nello studio di MailUp, l’incremento dei tassi di apertura del comparto DEM mostra oggi una significativa maturità nel rapporto tra mittenti e destinatari.

Statistiche DEM
Osservatorio Statistico 2019 di MailUp

Come per le altre due tipologie di email, anche in questo caso è evidente una difficoltà nel capitalizzare il dato positivo delle aperture. Il tasso di clic ancora troppo basso (1,9% per il B2C) è riconducibile ad un’attenzione ancora ridotta alle attività di segmentazione e profilazione dalle quali dipende la qualità dei contenuti.

Email Marketing & Ecommerce B2C: l’integrazione dei sistemi

Uno spunto molto importante dello studio di MailUp è nella conclusione dedicata all’utilizzo di sistemi integrati per l’elaborazione di contenuti dinamici con dati sincronizzati e aggiornati. Confrontando i risultati ottenuti da store online che collegano MailUp all’Ecommerce infatti emerge che le aziende che adottano un approccio dinamico nel quale più sistemi concorrono all’elaborazione di contenuti rilevanti e profilati ottengono risultati migliori in termini di open rate, tasso di aperture uniche, tasso di click rispetto ai messaggi recapitati e rispetto alle email aperte almeno una volta.

Un dato importante che non trova ancora conferma nell’ecosistema digital italiano che, pur mostrando una crescita è ancora timido nello sviluppo di strategie basate su dati integrati.

Come ogni anno dunque è da qui che si parte. Anche quest’anno l’Osservatorio Statistico di MailUp ci riporta un dato macro apparentemente banale ma affatto scontato: l’email marketing è ancora un pilastro di ogni strategia di digital marketing. Grazie al suo ruolo privilegiato e diretto con il destinatario, il canale email rappresenta ancora un segmento strategico su quale investire e, dalle tendenze che abbiamo visto, è destinato a mantenere questo ruolo ancora per molto tempo.

Alla prossima!

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Ecommerce: come vincere la concorrenza di Amazon e Ebay

Ecommerce: vincere la concorrenza di Amazon e Ebay si può

Come il Gruppo San Marco ha incrementato le vendite di stufe a pellet sul sito

Sono più di 2,7 milioni gli impianti a pellet attivi in Italia per consumo domestico. Tre milioni le tonnellate di pellet consumato all’anno, tendenza destinata a raggiungere le 5 milioni di tonnellate nel 2020. Il mercato italiano rappresenta il 54% delle vendite su scala europea confermandosi al primo posto su Germania, Francia, Svezia e Austria. Pochi numeri per fotografare uno scenario che negli ultimi anni ha conquistato l’attenzione di molte aziende specializzate nella vendita di impianti di riscaldamento e climatizzazione. Ma come sappiamo bene le grandi opportunità sono inversamente proporzionali alle difficoltà che un’azienda piò incontrare in un contesto in fermento. Se da un lato il trend positivo di un determinato settore merceologico incrementa le possibilità di successo, dall’altro ad aumentare è anche la concorrenza, il numero dei competitor e tutti quei fattori che rendono quel mercato competitivo. Ma non è tutto. Al crescere delle possibilità di successo e della competitività di uno specifico settore di riferimento, corrisponde la diminuzione di uno dei fattori più importanti per la buona salute di un’azienda che vende prodotti online e non solo: la marginalità. Più aumenta la concorrenza, più le aziende sono costrette a muoversi in equilibrio su quel filo che divide il “mi conviene” dal “non ne vale la pena”. Nel caso di un Ecommerce, a tutto questo si aggiungono costi extra come ad esempio le commissioni dei marketplace che rendono ancora più instabile quel filo determinando la riuscita o meno di intere scelte strategiche. Il panorama appena descritto rappresenta per le aziende che vendono online lo stesso prodotto un bivio importante. Possono scegliere infatti di intraprendere un percorso standard basato su un’idea abbastanza tradizionale di concorrenza, oppure investire su un progetto più ambizioso che si articola sulla perfetta integrazione tra scelte aziendali e digital strategy. Nel primo caso si mette in campo una strategia costruita su esigenze dettate dal mercato di riferimento e dall’attività dei competitor, nel secondo invece si aggiunge un nuovo elemento introdotto dall’azienda che decide di non entrare più in competizione solo sullo stesso prodotto ma con uno nuovo, analogo e soprattutto a marchio proprio. È questo il caso del Gruppo San Marco, un Ecommerce già affermato da anni nella vendita di piscine, che ha saputo diversificare la propria offerta entrando nel mercato delle stufe a pellet. Vediamo insieme come.

La strategia del Gruppo San Marco

Concorrenza sui prodotti o concorrenza tra prodotti: Fiorina vs Cortina

Il settore riscaldamento e climatizzazione ha registrato negli ultimi anni un notevole incremento e, come spesso accade, ci sono alcuni prodotti che per la loro grande diffusione hanno un effetto trainante sul mercato. Se parliamo di stufe a pellet non possiamo fare a meno di menzionare la Fiorina di Qlima. Un modello molto diffuso e venduto da numerosi rivenditori online per il suo prezzo estremamente concorrenziale. Fino al 2018 anche sul sito del Gruppo San Marco questo modello di stufa a pellet ha registrato un fatturato importante confermandosi prodotto più venduto della categoria dedicata agli impianti per il riscaldamento domestico. Stufe a pellet Cortine Sestriere San Marco

Fin qui tutto bene. Analizzando i dati in modo più approfondito ne emerge uno interessante. Delle stufe modello Fiorina vendute nel 2018 solo il 12% sono state ordinate dal sito, le restanti sono state acquistate su marketplace come Amazon, eBay e Mano Mano. Una percentuale questa che si presta ad alcune riflessioni, alcune sui massimi sistemi, altre molto più concrete. Le prime riguardano il rapporto tra siti Ecommerce e marketplace. Se fino a qualche anno fa il tema era “l’Ecommerce penalizza i negozi offline”, oggi ci troviamo ad un livello 2.0 della discussione nella quale il tema è “i marketplace penalizzano i siti Ecommerce”. Una discussione viva che se da un lato vede nei marketplace dei canali molto importanti per le aziende, dall’altro si tratta comunque di costi che l’azienda è tenuta a sostenere, pur avendo il proprio canale principale di vendita. Ma il discorso rischia di decollare allontanandoci dal pianeta Terra.

Tornando a riflessioni più concrete, per un sito Ecommerce è molto importante bilanciare il ritorno su tutti i canali di vendita, cercando però di mettere in pratica strategie che valorizzino il canale proprietario: il sito. Un’azienda virtuosa come San Marco ne è pienamente consapevole e proprio per questo motivo ad ottobre 2018 lancia sul mercato due modelli di stufe a pellet: Cortina e Sestriere. Si tratta di modelli della stessa fascia di Fiorina, di qualità superiore, con un prezzo molto competitivo ma soprattutto a marchio San Marco. Una scelta coraggiosa che determina un importante cambio di strategia passando dalla tradizionale concorrenza tra competitor su un unico prodotto alla concorrenza tra prodotti dei quali l’azienda è proprietaria. Quello che sembra un passaggio poco rilevante è un’intuizione che ha permesso la rielaborazione complessiva della digital strategy che, a partire dalla scelta dei nomi da dare ai prodotti, è stata costruita con l’obiettivo di creare una sana competizione con il prodotto concorrente.

Digital Strategy per stufa a pellet Cortina di San Marco

La strategia digitale messa in pratica per il lancio del modello di stufa a pellet San Marco è partita dal brainstorming sul nome da dare al prodotto sviluppando il concept legato alle famose località sciistiche italiane. Dopo la scelta del nome si è passati alla produzione di contenuti con l’obiettivo di offrire tutte le informazioni relative alle differenze tra Cortina e Fiorina spiegando le potenzialità tecniche del modello a marchio San Marco e dei vantaggi dati da un prezzo altamente competitivo. Da qui la strategia si è sviluppata su tutti i canali tra cui:
  • ottimizzazione SEO delle pagine di prodotto e articoli di blog
  • campagne su Google Ads e Social Adv
  • attività social con finalità informativa
  • link building e recensioni su portali di settore
  • invio periodico di newsletter e DEM su confronto tra modelli
Una strategia perfettamente integrata con una precisa scelta aziendale con l’obiettivo di migliorare i risultati di vendita sul sito Ecommerce. Sì ma con quali risultati? Dal lancio di Cortina sul mercato il prodotto ha registrato nei soli ultimi mesi del 2018 il 33% degli acquisti da sito rispetto ai marketplace. Dato cresciuto al 40% già nei primi mesi del 2019, facendo registrare un incremento complessivo del 71% di vendite nel settore riscaldamento e climatizzazione sul sito rispetto a solo un anno fa. La giusta intuizione di esigenze di mercato e il cambio di strategia hanno quindi portato ad un notevole incremento delle vendite, ad un concreto miglioramento della brand awareness, un vistoso aumento della revenue sui canali proprietari e un ridimensionamento della dipendenza da marketplace che vuol dire migliore marginalità. Il caso Cortina di San Marco è quindi la dimostrazione che integrare nel migliore dei modi le scelte aziendali con una digital strategy ben costruita è di sicuro una ricetta vincente.