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SEO On Page: declinare i verbi strizzando l’occhio a Google

Quando si parla di SEO On Page ci si riferisce all’ottimizzazione di tutti gli elementi che si trovano all’interno della pagina web di un sito: dai titoli alla meta descrizione, dall’URL ai testi, passando per descrizioni e didascalie dei contenuti multimediali, fino ad arrivare ai link interni, alla leggibilità e all’usabilità della pagina stessa.
Parola d’ordine keyword. Guidati dalle parole chiave è infatti possibile migliorare il posizionamento organico. Non è sufficiente però limitarsi a costruire contenuti che seguano le ormai note regole di una buona SEO. L’elemento cardine sta nel monitoraggio costante, ovvero in una serie di interventi nel lungo periodo che consentano di sfruttare la coda lunga dell’indicizzazione.

SEO On Page: l’importanza dei contenuti e dei tag

Tutto ruota attorno al “search intent”. L’intenzione di ricerca da parte degli utenti rappresenta il perno centrale nella costruzione di un contenuto caratterizzato da una SEO efficace. Conoscere il settore per cui si è chiamati a scrivere può certamente essere un vantaggio strategico. Un’analisi preliminare è dunque d’obbligo ma, al tempo stesso, è evidente come non si possa essere onniscienti, specie in ambiti particolarmente tecnici.
Google Search Console corre in nostro aiuto. Uno strumento gratuito dell’azienda di Mountain View, implementabile su qualsiasi dominio. Restituisce una panoramica completa di tutte le query di ricerca attraverso le quali gli utenti atterranno sulle pagine di un portale web dalla SERP. È in grado di analizzare non solo un sito web nella sua interezza, ma anche singoli URL. Manna dal cielo per costruire un testo attorno a keyword che abbiano un senso compiuto.
Tutto ciò non esclude la necessità di verificarne la presenza nella SERP e comprendere quali siano le parole chiave secondarie e correlate. In questa maniera il contenuto potrà attaccare frontalmente gli algoritmi di Google e scalare, gradualmente, i risultati dei motori di ricerca. La SEO On Page è una maratona, non una gara di velocità. Il tempo rappresenta una costante imprescindibile per ottenere risultati concreti.
Anche la struttura della pagina web è soggetta a miglioramenti e un ruolo importante è svolto dai tag SEO, come title e header, che permettono di organizzare le informazioni da fornire a utenti e motori di ricerca, così che siano scansionabili più facilmente. Le keyword principali dovranno quindi apparire in tag title, slug URL e titoli di pagina, mentre l’uso delle parole chiave correlate è consigliato negli header, ovvero negli H2, H3 o H4.

SEO On Page: la struttura tecnica e link building

Non si può prescindere dalla struttura tecnica del sito e dalle attività di link building. Un sito web che si carica lentamente, che non è responsive per i dispositivi mobili, dove le pagine non sono scansionabili dagli spider dei motori di ricerca e che non rispettano il protocollo HTTPS che garantisce la sicurezza delle transazioni, abbassano il posizionamento nella SERP.
I link sono cruciali per segnalare al motore di ricerca l’autorevolezza della pagina e, soprattutto, la sua collocazione all’interno dell’alberatura del portale. Guidano, infatti, l’utente e gli spider nei percorsi immaginati con la SEO tecnica. Per questo motivo, un broken link danneggia molto un qualsiasi sito web.
Della strategia di link building fanno parte anche le tecniche di backlink. In tal senso, vi invitiamo a recuperare il nostro approfondimento in merito. Si, questo è un link interno al blog di Socialware e fa parte della nostra strategia di link building.

SEO On Page: la user engagement e l’ottimizzazione nel tempo

La user engagement fa riferimento alle metriche da valutare per capire se la strategia SEO On Page applicata sia efficace o meno. Pagine per sessione, frequenza di rimbalzo, Click-Through Rate (CTR). Parametri che dipendono sia dai motori di ricerca che dal comportamento dell’utente, pane quotidiano per chi è chiamato a ottimizzare il posizionamento di una pagina web.
L’obiettivo è intervenire in ottica SEO per aumentare l’interazione e quindi l’engagement degli utenti sul sito web. Torna nuovamente al centro, dunque, il concetto di tempo. Tutti i parametri che fanno parte della user engagement devono essere tenuti sotto controllo con il passare dei giorni, delle settimane, dei mesi. Il comportamento degli utenti è la bussola per comprendere dove intervenire e come migliorare.
In questo caso Google Search Console, da solo, non basta. Se da una parte, infatti, l’oscillazione dei risultati può essere confrontata con le query di ricerca restituite dallo strumento di Big G, dall’altra è necessario avere una panoramica più ampia. Bisogna guardare ai diretti concorrenti, comprendere che tipo di competitività esiste sulle singole keyword, le parole chiave su cui si sono perse posizioni e quelle su cui ha senso investire del tempo per recuperarle.
Sono tanti gli strumenti da poter abbinare a Search Console e, tra questi, Sem Rush è certamente tra i più efficaci. L’azione combinata tra i due applicativi permette di non lavorare alla cieca o semplicemente seguendo l’intuito. Solo i numeri possono rendere efficace un’azione di SEO On Page.

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Come ottimizzare il tasso di conversione di un Ecommerce grazie alle schede prodotto

L’importanza delle schede prodotto

La diffusione dell’Ecommerce ha permesso alle aziende di poter migliorare la propria visibilità raggiungendo nuovi potenziali clienti. Tuttavia, ciò non è sufficiente se si vuole aumentare le vendite. Il processo di ottimizzazione di un Ecommerce è molto complesso ma spesso si sottovalutano elementi chiave come le schede prodotto, le quali si trovano in uno step decisivo ai fini delle conversioni.

Cosa sono le schede prodotto?

La scheda prodotto è una pagina di presentazione che contiene una serie di informazioni necessarie all’utente (descrizione, caratteristiche, schede tecniche, ecc). Rappresenta l’ultimo passaggio prima dell’avvio del processo di check out, ovvero di acquisto.
Esse sono molto importanti per un Ecommerce poiché, se ottimizzate al meglio, permettono al sito di ottenere visibilità sui motori di ricerca (SEO).
Per questo è necessario scrivere contenuti chiari, convincenti e facilmente comprensibili anche per i meno esperti del settore. Prima di iniziare però, è bene porsi alcune domande:

  • Perché un cliente vorrebbe acquistare questo prodotto?
  • Perché un cliente dovrebbe acquistare questo articolo invece di un altro simile? Cosa lo rende unico?
  • Quali vantaggi offre ai miei clienti?
  • Come posso informare gli utenti sull’utilizzo corretto?

7 consigli per creare una scheda prodotto in ottica SEO

1 – Contenuti descrittivi

Si intende il nome del prodotto, le caratteristiche tecniche, il prezzo e le eventuali offerte speciali o le informazioni sulla spedizione. Tali contenuti devono essere interessanti, concisi, attendibili e affidabili, poiché devono persuadere l’utente nell’acquisto del prodotto.

2 – Titolo

L’intestazione deve essere incisiva e catturare immediatamente l’attenzione del cliente, per invogliarlo nella successiva lettura del prodotto.

3 – Contenuti multimediali

Ci riferiamo in particolar modo alle foto e i video. Al pari dei contenuti descrittivi, offrono un’adeguata percezione del prodotto perché consentono di comprendere nello specifico tutte le caratteristiche. Tuttavia, è necessario inserire immagini di buona qualità e non limitarsi a un’unica foto, ma mostrare anche particolari dettagli. Per migliorare ulteriormente l’esperienza di navigazione si può anche optare per immagini a 360° che mostrano il prodotto in tutte le angolazioni o in brevi video.

4 – Uso delle keyword e ottimizzazione SEO

Un aspetto essenziale è la scelta e l’utilizzo corretto delle keyword, poste all’interno della scheda prodotto e posizionate in punti strategici come il titolo (h1) o il meta tag title (visibile solo sulla SERP di Google), i sottotitoli (h2). Particolarmente importante è l’utilizzo di parole chiave di coda lunga (long tail) nel corpo del testo.
Si tratta di elementi fondamentali per permettere a un sito ecommerce di posizionarsi tra le prime posizioni nella SERP.

5 – Attenzione agli errori grammaticali e di battitura

In particolar modo per siti Ecommerce che hanno un catalogo ampio spesso l’attività d’inserimento delle schede prodotto viene effettuata in maniera meccanica e dedicando poco tempo a eventuali revisioni. Di conseguenza si corre il rischio di commettere errori di distrazione o battitura. Suggeriamo di rileggere sempre i contenuti prima di pubblicarli.

6 – Non copiare le descrizioni del prodotto

Uno dei problemi ricorrenti quando si parla di schede prodotto è legato ai contenuti duplicati. Questo accade soprattutto per Ecommerce che rivendono prodotti di altri brand (un caso comune è nel settore dell’arredamento). I contenuti copiati o duplicati possono avere ripercussioni negative sulla SEO, per cui è importante personalizzare, ove possibile, ogni scheda prodotto. 

7 – Evidenziare Call to action ed elementi essenziali (usabilità)

Per facilitare il processo di acquisto dell’utente è molto importante che i bottoni di call to action (“Aggiungi al carrello” o “Richiedi un preventivo”) siano messi in evidenza e risaltino rispetto alle altre parti della pagina. Inoltre è importante far risaltare i cosiddetti USP (Unique Selling Proposition) per offrire maggior sicurezza al potenziale cliente. Ci riferiamo alle recensioni di altri clienti, alle spedizioni gratuite, resi e rimborsi, ecc
Le schede prodotto, dunque, rappresentano la soluzione strategica di un progetto Ecommerce, perciò è fondamentale realizzarle correttamente.

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Link Building: da dove iniziare

Link building: di cosa si tratta?

Tra le diverse attività svolte in un’agenzia di digital marketing, quelle inerenti al lavoro off-site sono le più sottovalutate del settore: una di queste è la link building, che per essere efficace, richiede tempo e costanza, ma soprattutto pazienza ed attenzione.
Ma cos’è la link building?
Parliamo di un’attività SEO mirata a ottenere link di collegamento verso il nostro sito web, pagina di categoria o prodotto, da un altro sito (backlink). L’obiettivo è ottenere più traffico verso il proprio sito web o Ecommerce, e migliorare il posizionamento nella SERP di Google.
 

Tutta una questione di attributi e fonti

Per costruire backlink di qualità bisogna conoscere le varie tipologie di link esistenti, ad esempio:

  • link editoriali, costituiti da articoli mirati all’inserimento di collegamenti al proprio sito web. A loro volta, tali link possono essere richiesti (pubblico scelto in base alle proprie esigenze, quindi link di qualità) o non richiesti (di solito sono i più duraturi nel tempo e certificano un certo grado di notorietà del proprio brand);
  • link generati dagli utenti, come commenti su blog e forum, o directory non moderate. In questo caso si parla di collegamenti di bassa qualità, che hanno un peso inferiore rispetto a link di tipo editoriale.

Oltre a questa distinzione, i link sono categorizzati per attributo rel. Esso è utilizzato per descrivere la relazione tra la pagina del sito che ospita il nostro link e il link di destinazione posizionato:

  • rel=”follow”: si ottiene un passaggio di autorevolezza, dal sito web che ospita il backlink al sito di destinazione;
  • rel=”nofollow”: il sito web che ospita il backlink suggerisce al motore di ricerca di non trasferire la propria autorevolezza al sito di destinazione.
  • rel=”sponsored”: indica quali link costituiscono una pubblicità, un banner o un posizionamento a pagamento.

Gli attributi sono utilizzati dal motore di ricerca anche per distinguere i link principali da tener conto per il posizionamento nella SERP (link follow) dai cosiddetti “suggerimenti” (nofollow, sponsored e UGC).

 

Link building: come ottimizzare articoli già esistenti in rete?

Sono diverse le strategie di link building attuabili: la scelta di quella giusta per ciascuna azienda si basa sulle sue necessità, sulla sua cronologia e sul posizionamento SERP in un dato istante.

Un esempio è il caso di Fiore di Puglia, azienda per la quale seguiamo l’attività di digital marketing, produttrice di taralli pugliesi e affini, ci sta dimostrando come un sito web possa avere backlink di qualità in modo naturale.
Attraverso una ricerca approfondita e con l’ausilio di tool specifici, sono emersi articoli in cui l’azienda veniva menzionata, sia per premi vinti che per il lancio di nuovi prodotti, ma dove non erano presenti backlink. Ottime occasioni per collegare schede prodotto, news o l’homepage: in questo caso, l’obiettivo era inserire link all’interno di articoli già esistenti. Una volta raggiunto un accordo, il processo di link building inizia a prendere forma, ottenendo così i primi link editoriali, garanzia di qualità.
Successivamente, si procede con le fasi di analisi e monitoraggio attraverso strumenti di web analytics, valutando se il backlink inserito stia migliorando la posizione sulla SERP di Google. Si verifica anche l’efficacia della keyword scelta, a cui è stato ancorato il link di destinazione.
Per l’azienda in questione, la scelta è ricaduta sulla parola di brand “Fiore di Puglia”, puntando sul rafforzare il posizionamento e l’autorevolezza del brand.
In altri casi, invece, si è scelto di ancorare il backlink a keyword affiliate al marchio: si indirizza l’utente verso pagine di categoria o schede prodotto specifiche.

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Influencer marketing: come fare storytelling con gli influencer

Influencer e storytelling sono forse tra le parole più abusate del digital marketing – qualunque sia il settore in cui si sta lavorando, che sia un Ecommerce di cosmetici, o che si stia facendo un’analisi di mercato arredamento, o  si stia operando nel web marketing turistico. Eppure, quando mettete a punto la vostra tattica con trigger, definite la “strategia definitiva”per gestire l’Ecommerce, o affinate tool (e coltelli) da draghi delle vendite online, probabilmente dimenticate una parte molto importante dell’intero sistema: gli utenti.

Anche gli utenti hanno le loro tattiche, tecniche e strategie

Non useranno magari tool e strumenti, ma gli utenti sanno decisamente riconoscerli e sanno anche come proteggersi. Ormai è un fatto: gli users hanno sviluppato i loro trust issues, cioè i loro metodi per verificare la veridicità di brand, prodotti e comportamenti online, e hanno sviluppato le proprie tecniche di difesa dall’online advertising. D’altronde, fondamentalmente le persone non fanno ricerche online per essere attaccati da offerte di Ecommerce di abbigliamento o di prodotti cosmetici o farmaceutici, ma ci si collega al web per perseguire i propri scopi personali. Surfare tra contenuti brandizzati, ignorando tutte le proposte e offerte non richieste, è un consapevole meccanismo di selezione naturale e attenzione verso ciò che è rilevante ai propri fini. Eppure anche in un panorama di pubblicità e call to action costanti, i brand e le aziende sopravvivono – anzi, fioriscono – intercettando il proprio target. La domanda quindi è: come rendere i propri contenuti davvero interessanti? Come stabilire quella connessioni brand-cliente che supera la mera ADV? Come si costruisce una relazione di fiducia per entrambe le parti? La risposta è semplice: raccontare una storia – esatto, fare storytelling. Ogni brand ne ha bisogno.

Come fare storytelling in modo credibile e coerente

Ci sono dei motivi per cui le storie funzionano. In un mondo sempre più carico di competitor ad ogni livello, la comunicazione di nessun brand o di nessun Ecommerce può limitarsi a ricalcare i soliti refrain: Noi siamo i migliori!/ Esistiamo dal lontano 19xx/ Compra da noi perché abbiamo i prezzi più bassi!. È tempo di cambiare musica. Non solo: bisogna specificare che generare traffico non significa generare direttamente engagement e conversioni. Aumentare le visite al tuo sito web non produce un diretto aumento delle vendite o dei lead. Gli utenti cercano ragioni per comprare il tuo prodotto: l’esperienza che rende rimarcabile il tuo servizio rispetto a quello degli altri; gli utenti ricercano la filosofia di vita che sostiene la tua azienda, i tuoi prodotti e servizi, per capire se sono interessati o meno. Ogni brand, ogni marchio, ogni azienda che vuole sopravvivere al mercato online può solo fare una cosa: raccontare la sua storia, trovare la sua idea distintiva, entrare in reale comunicazione con i propri utenti.

Impara a vendere attraverso la regola Show&Tell

L’influencer marketing è un’arte sottile e gli influencer possono essere armi potenti da maneggiare con la dovuta attenzione. I casi di storytelling di successo insegnano che, per avere una narrativa convincente e creare un legame brand-customer avvincente, bisogna puntare e risvegliare i valori profondi cui il brand si ispira. Questo è uno di motivi per cui molte agenzie di comunicazione e marketing delineano una personalità basata sui valori fondanti del proprio brand. Lo storytelling del brand non deve riguardare esclusivamente la promozione del brand, ma abbracciare la conoscenza e l’informazione dei suoi prodotti, valori, mission e vision. Delineare la comunicazione aziendale fondandosi  sui principi ispiratori è molto più saggio che basare la strategia di comunicazione basata sulle specifiche caratteristiche del prodotto. In questa cornice, individuare influencer che siano di reale supporto alla filosofia aziendale, che la rappresentino naturalmente o che sappiano reinterpretarla portandola ad un livello più ampio (o ad un nuovo target) significa fare jackpot. La regola dello Show&tell è proprio questa: mostrare e parlare del proprio prodotto, dei propri valori, della propria filosofia aziendale nel day by day, nel suo semplice svolgimento, meglio ancora se supportata da qualcuno che incarni quegli stessi valori e idee – e abbia numerosi follower sui social. Il must è quindi sell through show and tell ed è in quest’ottica che entra in gioco l’influencer marketing. L’influencer può essere il mezzo fisico che mostra e amplifica il tuo spettacolo.

Non dimenticarti mai di scrivere per i tuoi lettori

Questa che sembra una regola di un corso di scrittura creativa, è in realtà una validissima regola di digital marketing. Facciamo un passo indietro. Siamo sempre nella selva di internet. Gli utenti cercano informazioni all’interno di un bosco ricco di fiere acuminate assetate di clic. Il sito aziendale deve diventare il sito di riferimento per uno specifico topic o argomento di elezione.Questa regola vale per ogni tipo di strategia di marketing: vale per gli Ecommerce di elettronica, per il marketing farmaceutico, persino per il marketing degli agriturismi. wilton-cakes-blogUn esempio calzante in merito è dato dal case study di Wilton, il brand diventato punto di riferimento per il baking su misura. Il motivo è semplice: sul blog di Wilton troverete centinaia di contenuti interessanti e utili per il target tipo di Wilton. Ogni volta che l’appassionato di torte decorate ha un dubbio o ha bisogno di una ricetta stimolante va sul sito di Wilton per trovare ciò che gli serve – e lo trova. «Content is the king» è la regola aurea che mai bisogna dimenticarsi nel mondo digital. Il modo migliore per guadagnare credibilità e autorevolezza, oltre che per posizionarsi degnamente su internet, è pubblicare contenuti che rispondono ai bisogni dei tuoi lettori.  Individuare precisamente i bisogni del target, suddividendolo in tante buyer personas con differenti necessità e problemi, aiuta a centrare l’obiettivo riuscendo a soddisfare davvero le attese del pubblico. In un’era in cui i customers sono sempre più distratti e bombardati da pubblicità e contenuti di ogni tipo e forma, è chiaro che costruirsi la propria autorevolezza diventa strategico. Ma non basta solo cucire il proprio piano editoriale social sui desideri dei customers: bisogna anche scovare colui o colei che sappia dar forza e credibilità a quei contenuti.

Amplifica la storia del tuo marchio attraverso influencer

Esattamente come in ogni sistema sociale, ci sono persone che hanno più carisma e influenzano di più e meglio il giudizio, il comportamento e l’idee degli altri. Sui social e online, questo compito è svolto dagli influencer. In fondo, gli influencer sono degli storyteller: ognuno ha la propria storia, il proprio ruolo, il proprio personaggio. I buoni storyteller sono da sempre degli efficaci leader, che influenzano tramite le proprie storie e contenuti. Un brand dev’essere in grado di scovarli – ci sono vari tool atti a trovare l’influencer giusto per il brand – e di utilizzarli a proprio vantaggio. E scovare i creatori di contenuti di alta qualità che fanno già uso degli hashtag aziendali e magari sono già utilizzatori dei prodotti è il massimo.

Storytelling e influencer: binomio perfetto

Lo storytelling del marchio ha bisogno di uno storyteller e alcuni storyteller sono lo strumento più efficace di tutti. Gli influencer che adorano già il marchio, che ne sono già innamorati e sostenitori sono preziosissimi. Arruolarli per incrementare il successo del brand è importante per la propria strategia di influencer marketing. Innanzitutto, bisogna rintracciare gli influencer che già usano i prodotti o menzionano il brand e i suoi hashtag. Il passo successivo è analizzare le metriche di engagement. Inutile coinvolgere influencer-bot con migliaia di follower ma nessun commento: per raccontare una storia ci vuole un essere umano, capace di creare, condividere e commentare contenuti. Fondamentale è assicurarsi che il/ gli influencer selezionati condividano e rispecchino pienamente i valori del marchio e anche che usi un tone of voice simile o integrabile a quelli del brand. Importante è che anche la linea estetica e i contenuti visivi degli influencer corrispondano all’estetica generale del marchio. Se i contenuti prodotti dall’influencer stonano con il feed del brand, meglio pensarci due volte a coinvolgere quello specifico influencer. Allo stesso modo, ogni influncer dev’essere libero di interpretare e valorizzare il brand e i suoi prodotti nel modo che più gli è consono. Per questo individuare le “affinità elettive” tra brand e influencer adatti è un’operazione delicata e profonda.

Influencer Marketing per un Ecommerce di arredamento

Un esempio fortunato nel campo arredamento casa è l’attività di influencer marketing che Socialware sta svolgendo da Settembre 2019 con l’Ecommerce di arredamento ABITAREArreda con il progetto “Una stanza al Mese”.IMG_7318 In questo caso, sono state selezionate 4 igers differenti, ognuna con il suo stile, legate al mondo del design e arredamento casa. Si è chiesto loro di fare un acquisto dall’Ecommerce, scegliendo tra mobili e prodotti per arredare una stanza della propria casa. Attraverso la scelta del mobile, l’influencer può esprimere la propria personalità, declinandola in una serie di contenuti – post e stories – legati al brand, che viene chiamato in gioco attraverso questi contenuti ingaggianti. Ogni influencer racconta la propria storia, che diventa anche la storia del brand, reinterpretata e rielaborata, pane per gli utenti che possono ritrovarsi in queste dimensioni narrative. (Per chi volesse seguire le vicissitudini di questo progetto di influencer marketing, consigliamo di seguire l’hashtag #UnaStanzaAlMese)

In conclusione…

Lo scopo finale è quello di creare una storia il più possibile autentica e reale, vicina al proprio target, in cui ci si possa immedesimare o immaginare, che faccia sognare o pensare, e che sia amplificata e sostenuta dai più interessanti creatori di contenuti dell’epoca moderna: gli influencer.
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Blog aziendale, perchè è utile per l’Ecommerce?

Vendere con il blog aziendale è possibile?

Nell’ottica di una strategia di inbound marketing, il blog aziendale è un potente canale per farsi trovare dai clienti, intercettarli e aumentare la visibilità della tua azienda sul web. Esattamente come fanno i social media e l’e-mail, anche il blog aiuta a sostenere la crescita aziendale, in primis in termini di Brand Awareness e Brand Reputation e si rivela importante per trasformare un utente che non conosce la il tuo brand in un tuo cliente. Infatti il blog aziendale si trova all’inizio del “percorso” dell’utente, in cui quest’ultimo è ancora lontano dal concetto di acquisto e non è in cerca di schede del prodotto, pagine di categorie, richieste di preventivi, fasi che rappresentano, invece, il punto d’arrivo di chi sta per acquistare.

Il blog è uno strumento non strettamente commerciale per aumentare la tua visibilità online

Quali sono gli obiettivi e vantaggi di un blog aziendale?

Il blog non è un “passatempo” per i clienti, ma ha ben altri obiettivi. Partendo da un accurato lavoro di scrittura e di ottimizzazione SEO e dalla ricerca e analisi delle keyword “informative” potrai intercettare il tuo target, coinvolgendolo con guide, consigli, approfondimenti su tematiche relative al tuo brand. Vediamo nello specifico quali sono gli obiettivi di un blog aziendale e, nello stesso tempo, i suoi vantaggi per capire come si trasforma un visitatore, intercettato nel momento del bisogno, in un cliente.

1. Imporsi come fonte autorevole nel web

Il primo obiettivo di un blog aziendale è quello di imporsi nel web come fonte autorevole e risorsa attendibile su informazioni nel proprio settore di riferimento, relativamente ai prodotti o ai servizi forniti. “Content is king” è ancora la parola d’ordine pronunciata dai più esperti marketer aziendali, verissimo in questo caso. Un blog aziendale che risponde alle domande più frequenti poste dai clienti, contiene informazioni utili per loro, ti aiuterà a stabilire la tua autorità. Un blog può risultare educativo, informativo, chiarire il funzionamento di un prodotto o un servizio, intrattenere, approfondire una tematica che non sia strettamente collegata all’utilizzo commerciale del sito. Se i potenziali clienti trovano risposte alle loro domande comuni tramite post di blog scritti da persone esperte del settore è molto più probabile che ti riconoscano come brand autorevole ed entrino, in seguito, nel processo di vendita perché ciò che hai da offrire è più completo di una “fredda” relazione tra acquirente e venditore. In parole povere, con il tuo blog aziendale potrai conquistare la sua fiducia.

2. Indirizzare il traffico verso il tuo sito web

Come possono i tuoi clienti raggiungerti pur non conoscendoti? Gli annunci su Google sono un valido strumento, ma costoso. Lo stesso vale per i social media: Facebook, come è noto, richiede un certo investimento nelle campagne di advertising, se pur utili e necessarie. Ogni volta che scrivi un nuovo post sul blog, aggiungi un’altra pagina indicizzata sul tuo sito web, un’altra opportunità di comparire nei motori di ricerca e indirizzare il traffico mediante ricerca organica. Ma non è tutto, perchè il blog ti aiuta anche a essere presente e interessante anche sui social media: il post può essere condiviso sulle tue pagine Social, anche dai follower: Facebook, Instagram, Twitter, Pinterest ti aiutano a mostrare la tua attività a un nuovo pubblico che potrebbe non conoscerti ancora. In altre parole i contenuti del blog aiutano anche a mantenere attiva la tua presenza sui social media. Quindi ti aiuta a indirizzare nuovo traffico sul tuo sito Web, lavorando a stretto contatto con i motori di ricerca e i social media per farlo

3. Convertire il traffico acquisito in lead

Incrementando il traffico al tuo sito web attraverso il blog, puoi sfruttare l’opportunità di convertire questi utenti in lead. Da una parte un nuovo post di blog è una nuova pagina indicizzata, dall’altra è un’occasione per condividere contenuti interessanti sui social, dall’altra, ma è anche un modo per acquisire nuovi contatti. Come? Tramite una call to action, un invito all’azione che permette di
  • accedere alle pagine informative
  • compilare un form per l’iscrizione alla newsletter
  • scaricare white paper o guide gratuie
  • accedere alla pagina del prodotto o del servizio fornito

Blog aziendale, esempi di successo

Da dove cominciare per portare un blog aziendale al successo?

Sicuramente dallo studio di un piano editoriale costruito sulla base delle esigenze informative del tuo target, e quindi su contenuti che risponderanno alle loro domande generiche. Quello che dovrai chiederti è: cosa cercano i tuoi potenziali clienti? Di quali informazioni hanno bisogno? Contestualmente sarà necessario uno studio delle keyword informative e delle ricerche effettuate dai tuoi utenti. In altre parole sapendo cosa cerca il tuo target potrai studiare un piano adeguato.

Quali sono gli errori da evitare?

  • Essere “commerciali” nella scrittura, parlando solo dei prodotti o dei servizi. L’obiettivo principale del blog non è vendere, ma informare.
  • Pubblicare una tantum: se non hai tempo, o un team, da dedicare al tuo blog aziendale, meglio chiuderlo. Il blog è la voce della tua azienda, ma è fondamentale essere costanti.
Anche aziende medio-piccole sono riuscite ad acquisire visibilità attraverso il proprio blog.

Gruppo San Marco, da Ecommerce di piscine a guida informativa

Gruppo San Marco, è un Ecommerce specializzato nella vendita di piscine fuori terra e interrate, stufe a pellet, arredo bagno e arredo giardin. Grazie a un piano editoriale studiato ad hoc riesce a fornire agli utenti risposte alle domande più frequenti degli utenti offrendo consigli sulla manutenzione stagionale della piscina, sull’utilizzo dei prodotti chimici adeguati, consigli per gli acquisti degli accessori, ma anche guide per l’installazione delle piscine, e inoltre approfondimenti sulle funzionalità dei componenti di una stufa a pellet, consigli per la pulizia. Il tutto corredato da video di approfondimento. blog san marco

ABITAREarreda, non solo Ecommerce di arredamento ma vero e proprio manuale di stili e tendenze

ABITAREarreda è un sito e-commerce di arredamento basato sul concetto di design Made in Italy. Grazie al suo blog aziendale a fornire agli utenti idee, consigli, ispirazioni per arredare casa nel modo giusto. Il piano editoriale è basato su guide di design e si avvale anche della collaborazione di blogger e Instagram Influencer del settore. Schermata 2019-08-09 alle 11.21.29

No Problem Flights, non solo servizio di rimborso volo ma anche consigli di viaggio

Questo progetto, basato sul servizio di rimborso volo cancellato o in ritardo, grazie al blog aziendale riesce a posizionarsi su tematiche strettamente connesse al viaggio in aereo o alle compagnie aeree, rispondendo in particolare a dubbi e interrogativi dei passeggeri. Il blog editoriale offre sia soluzioni operative per la prenotazione di un volo o per la preparazione ad un viaggio, sia soluzioni per affrontare un viaggio senza incorrere in spiacevoli disagi. Schermata 2019-08-09 alle 11.10.14 E il tuo Ecommerce è già ben avviato sulla sezione news e blog? Quali sono le tue le tue opinioni sui blog aziendali? Se sei appena agli inizi o non sai come migliorare il tuo blog, contattaci per saperne di più!
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Indicizzazione mobile-first: le novità di Search Console

Cos’è l’indicizzazione mobile-first?

Mobile vs Desktop: il sorpasso è ufficialmente avvenuto

Ormai non è più una novità già da tempo. Affermare che il traffico da Mobile ha superato quello da Desktop è ormai non solo un trend ma un dato netto che nessun marketer può più trascurare. Stando al Kpi Report 2019 di Wolfgang Digital il 53% del traffico proviene da smartphone e il dato aumenta di 10 punti percentuale se includiamo i tablet. Si tratta quindi di una tendenza stabile che, soprattutto nel 2018, ha portato all’introduzione di importanti cambiamenti in diversi ambiti, uno fra tutti l’indicizzazione. Ma andiamo con ordine. Prima di capire come Google ha risposto alla chiara mutazione del comportamento degli utenti durante gli ultimi due anni, vediamo insieme cos’è l’indicizzazione mobile-first e come cambiano i parametri di valutazione e gli strumenti di classificazione e analisi. INDICE
  1. Cos’è l’indicizzazione mobile-first?
  2. Le novità di Google Search Console
  3. Best practice per l’indicizzazione mobile-first
  4. Conclusioni

Cos’è l’indicizzazione mobile-first?

Il report di Wolfgang Digital ci offre un altro spunto di riflessione interessante. Se il traffico da Mobile ha superato da tempo quello da Desktop, non si può affermare lo stesso se prendiamo in considerazione le conversioni in base al dispositivo utilizzato. Infatti, seppur in crescita rispetto all’anno precedente, le conversioni da Desktop rappresentano ancora il 56% del totale. Gli utenti sono ad oggi sempre più predisposti alla navigazione da mobile ma continuano a convertire da desktop. Proprio per questo motivo, negli ultimi anni è diventato sempre più importante prestare attenzione all’organizzazione dei contenuti dei siti web per mobile. Due i motivi principali: da un lato l’esigenza di migliorare la mobile user experience, dall’altro adeguare i contenuti al nuovo algoritmo e ai nuovi fattori di ranking di Google che premiano le versioni mobile. Ma cosa vuol dire indicizzazione mobile-first? Rispondere a questa domanda è più semplice di quanto si possa immaginare. Non si tratta di un processo differente da quello adottato fino ad ora da Big G. Il meccanismo è sempre lo stesso: GoogleBot legge e scansiona una pagina, rileva e memorizza tutte le informazioni relative al contenuto nel suo indice e successivamente stabilisce il ranking, ovvero la valutazione che insieme ad altri fattori contribuirà al posizionamento di quella pagina in base ad una determinata query. Fin qui nulla di nuovo ma quali sono gli “altri fattori” che incidono sulla tipologia di indicizzazione? Uno fra tutti: il dispositivo. Ed è qui che il processo di “catalogazione” al quale eravamo abituati subisce un cambiamento tanto impercettibile quanto sostanziale. Mobile Users Nell’indicizzazione mobile-first Google preferisce di default leggere e memorizzare i contenuti nella loro versione mobile anziché quelli nella versione desktop. Chiariamo subito un facile equivoco, Google non manterrà un indice separato per siti in versione mobile ma al contrario indicizzerà direttamente i contenuti che trova nella versione mobile di un determinato sito web. Si tratta dunque di un cambiamento che sarà indolore per tutti quei siti, la maggior parte, nei quali le versioni mobile e desktop corrispondono perché i contenuti sono identici e organizzati con un design responsive che soddisfa pienamente la tendenza degli utenti e i nuovi algoritmi. La faccenda si complica per tutti quei siti che ad oggi presentano ancora contenuti o URL differenti nelle due versioni. In questi casi infatti Google favorirà i contenuti ottimizzati per i dispositivi mobili sostituendoli alla versione desktop. Un problema non di poco conto se a non essere indicizzati sono proprio quei contenuti importanti per il ranking presenti nella versione desktop e mancanti in quella mobile. In questo caso quindi la pagina esaminata potrebbe registrare una importante perdita di posizionamento. Ma come facciamo a sapere se Google sta indicizzando il nostro sito prendendo in considerazione la sua versione mobile? Vediamolo subito.

Le novità di Google Search Console

Ogni cambiamento delle abitudini degli utenti determina inevitabilmente una mutazione parallela degli strumenti di lavoro, soprattutto per tutto ciò che riguarda l’analisi dei dati. È proprio quando questi strumenti implementano delle novità che il cambiamento diventa reale e non più una semplice tendenza o previsione. È così gli aggiornamenti annunciati il 26 giugno 2019 da Google su Search Console anticipano di qualche giorno quello che rappresenta un concreto punto di svolta nel rapporto tra Desktop e Mobile. A partire dal 1° luglio infatti “l’indicizzazione con priorità ai contenuti per dispositivi mobili sarà attiva per impostazione predefinita per tutti i nuovi siti web (nuovi sul Web o prima non noti alla Ricerca Google)”, come si legge nell’aggiornamento della guida sull’indicizzazione di Google con priorità per i contenuti per dispositivi mobili. Da qualche giorno infatti accedendo a Google Search Console è molto facile visualizzare una notifica che comunica se il sito analizzato viene indicizzato principalmente in base al contenuto per dispositivi mobili. La notifica in basso a destra della schermata mostra anche da quando il sito è stato spostato sull’indicizzazione mobile-first, un’informazione che prima non era disponibile nonostante questo passaggio fosse già stato fatto da molto tempo. Nuova notifica Google Search Console Inoltre, grazie a queste novità è possibile identificare quale crawler (Googlebot Smartphone o Googlebot Desktop) agisce sul tuo sito. Questa informazione è indicata nella pagina “Impostazioni” di Search Console. Crawler Google Search Console

Best practice per l’indicizzazione mobile-first

Per evitare perdita di posizionamento e andare incontro a questi piccoli ma importanti cambiamenti introdotti dall’indicizzazione mobile-first, è necessario adottare alcuni accorgimenti. Ne elenchiamo alcuni tra i più immediati:
    • contenuti mobile e desktop: entrambe le versioni del sito devono avere gli stessi contenuti. Oltre al testo, anche immagini (compresi Tag Alt) e video per una corretta scansione.
  • metadati: anche meta title e meta description della versione desktop devono essere presenti e corrispondere a quelli della versione mobile.
  • controllare le due versioni su Search Console: al passaggio di Google all’indicizzazione con priorità verso i contenuti per dispositivi mobili è possibile riscontrare uno spostamento di dati. Si tratterebbe di un indicatore importante per pensare a specifici interventi di ottimizzazione.

Conclusioni

Come abbiamo potuto apprendere, gli utenti pur essendo ancora timidi nella conversione da mobile, preferiscono navigare e accedere a contenuti di diversa tipologia da dispositivi mobili. Quella che fino a qualche anno fa era solo una previsione ora è una realtà sulla quale basare l’intera architettura di un sito web e dei contenuti. Che si tratti di un sito informativo o di un Ecommerce, dal 1° luglio 2019 tralasciare l’ottimizzazione dei contenuti nelle versioni mobile potrebbe rivelarsi un errore che non è mai stato cosi grave. Alla prossima!
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Voice Search: come cambia la SEO

Cos’è la Voice Search?

Come e cosa cambia nella SEO del futuro

Capire come gli utenti cercano contenuti e soprattutto cosa cercano utilizzando nuovi strumenti e con nuove abitudini. Oggi parliamo di Voice Search e di cosa cambia nello scenario SEO con la diffusione di nuove modalità di ricerca. INDICE
  1. Cos’è la Voice Search?
  2. Come cambierà la SEO nei prossimi anni
  3. Best practice per una Vocal SEO efficace
  4. Conclusioni

Cos’è la Voice Search?

Da sempre i comportamenti dell’uomo sono condizionati e spesso determinati dei mezzi utilizzati per veicolare, cercare o produrre contenuti di vario genere. Che si tratti della ricerca di un’informazione, o delle modalità di interazione e relazione con la comunità/community, gli strumenti utilizzati non sono mai neutri e influenzano non solo i messaggi ma anche i gesti e i tempi della comunicazione. A tutto questo si aggiunge il cambiamento degli stili di vita e della quotidianità. Senza spostarci sul piano antropologico e senza citare McLuhan un dato è certo: le nuove tecnologie influiscono inevitabilmente sul linguaggio. Osservare come cambia il linguaggio in relazione agli strumenti disponibili è una delle tante buone pratiche che un SEO attento deve sviluppare con una certa costanza e dedizione. Query che qualche anno fa avevano un significato oggi ne hanno un altro, fanno riferimento a contenuti nuovi e soprattutto a risultati di ricerca diversi. Questo discorso molto ampio e interessante si regge su un grande ambito altrettanto avvincente che riguarda l’interazione uomo-macchina. Da un lato ci siamo noi che, superati i primi decenni di imbarazzo e diffidenza, oggi comunichiamo con i dispositivi con una naturalezza che migliora giorno dopo giorno, dall’altro ci sono algoritmi che interpretano questa umanizzazione del linguaggio per offrire i risultati migliori e soddisfare le aspettative di questi nuovi utenti spigliati. In parole povere, se solo qualche anno fa pronunciare in pubblico frasi come “Ehi, Google” o “Ehi, Siri” avrebbe destato ilarità o preoccupazione, oggi il motore di ricerca ha cambiato faccia, anzi per essere più precisi, oggi il motore di ricerca ha una faccia con la fisionomia di un amico o di un’amica ai quali chiedere qualsiasi cosa e con un linguaggio colloquiale. Questa è la Voice Search: la possibilità di effettuare una ricerca online senza digitare o scrollare ma con il solo utilizzo della propria voce. Basta fare una domanda parlando nel microfono o “chiamando” il tuo assistente per ricevere subito le risposte migliori, “la” migliore nel caso degli smartspeaker come Google Home e Amazon Echo. Ma cosa vuol dire in termini SEO tutto questo? Vediamolo subito. Vocal SEO

Come cambierà la SEO nei prossimi anni

Il cambiamento delle abitudini di ricerca, l’utilizzo di un linguaggio sempre più naturale e l’evoluzione degli algoritmi sono i tre elementi alla base di una metamorfosi ancora lenta ma destinata a crescere nei prossimi anni. Ricerche come “ingredienti pesto”, “offerte smartphone”, “pasticceria Bari” o “tavolo soggiorno” potrebbero diventare nell’ordine “con quali ingredienti preparo il pesto”, “quali smartphone ci sono in offerta al momento”, “dove trovo una pasticceria a Bari“ o “quale tavolo scegliere per il soggiorno”. Niente paura. Quello di cui parliamo non è una minaccia e chi si occupa di SEO non verrà svegliato nel cuore della notte dai suoi clienti per stravolgere l’ottimizzazione di blog e descrizioni di categoria. I tempi non sono ancora maturi per considerare questa trasformazione un fenomeno di massa ma di sicuro è una tendenza che inizia a manifestarsi in modo più evidente. Quelle che fino a qualche anno fa erano keyword di coda “troppo” lunga perché composte “addirittura” da più di cinque parole, oggi potrebbero rivelarsi interessanti proprio perché diventa sempre più semplice pronunciare ricerche “complesse” che digitare una query, anche di “soli” tre termini. Anche se la Voice Search è una realtà ormai possibile da qualche anno, oggi è molto importante aggiungere alla check list della SEO strategy alcuni elementi che nel tempo potrebbero rivelarsi utili con risultati positivi sul posizionamento. Nulla di innovativo o che un buon SEO non abbia mai fatto ma quelle che prima potevano essere azioni non prioritarie, oggi assumono un ruolo principale se si desidera fare della buona Vocal SEO e posizionare i propri contenuti su specifiche richieste vocali. Vediamo alcuni aspetti che diventano fondamentali: Titolo: il più vicino possibile alla domanda precisa Paragrafi brevi: il contenuto deve rispondere alle richieste in modo sintetico e chiaro, facilitando nello stesso tempo la lettura. Linguaggio naturale: facilità in questo caso è sinonimo di naturalezza. È importante quindi sviluppare contenuti che oltre a rispondere a domande precise in modo sintetico, parlino la “lingua” di chi effettua la ricerca. Dati Speakable: i contenuti dovranno essere adatti alla riproduzione audio utilizzando la sintesi vocale (TTS), per offrire una migliore UX soprattutto dei nuovi smartspeaker in commercio. Sia chiaro, non è necessario intervenire con azioni drastiche con il rischio di compromettere la coerenza del contenuto. Una delle caratteristiche premianti da preservare, indipendentemente dai cambiamenti linguistici e di comportamento degli utenti, resta sempre la chiarezza accompagnata da una equilibrata esperienza di lettura. Per un’attività di Vocal SEO efficace diventa sempre più importate fare quello che quotidianamente siamo chiamati a fare ma un po’ meglio, ovvero rispondere in modo ancora più preciso ad una domanda articolata. Per la query “con quali ingredienti preparo il pesto alla siciliana” produrremo quindi un contenuto con un titolo identico associato ad un elenco puntato con le informazioni necessarie. A domanda precisa dovrà corrispondere una risposta altrettanto precisa. Pochi fronzoli nel primo paragrafo, circa 50 parole per soddisfare il bisogno dell’utente, poi tutto il resto.

Voice Search

Due best practice per una Voice SEO efficace

Featured Snippet: alla conquista della posizione zero

Quello che è il sogno di ogni SEO nella Voice Search assume un ruolo ancora più rilevante. La posizione zero, cioè la più importante della SERP, aumenta la possibilità di essere letti dalla voce sempre meno robotica dell’assistente. Questo risultato deve contenere la risposta diretta alla query dell’utente, deve essere strutturato con paragrafi brevi e, se funzionale al contenuto, inserire liste numerate, elenchi puntati o tabelle che sintetizzino ulteriormente la risposta.

Vocal SEO & Local SEO: la vera opportunità per le attività locali

Un ambito nel quale la Voice Search inizia a diventare una reale occasione di successo è il Local Marketing. Il fatto che i due termini si distinguano per una sola consonante potrebbe non essere solo una coincidenza se pensiamo che molto spesso le ricerche vocali riguardano dei bisogni di prossimità, mentre magari si è in auto nel traffico o passeggiando al parco. Ebbene sì, le due attività sono quasi sovrapponibili in termini di efficacia e la Vocal SEO assumerà sempre più rilevanza in tutte le strategie di local marketing dei prossimi anni. Diventa quindi fondamentale per un’attività locale la qualità e la quantità di informazioni sull’account aziendale Google My Business. È consigliabile dunque compilare in modo corretto tutte le sezioni e tenere aggiornati i contenuti.

Conclusioni

Quello della Voice Search è un argomento interessante e avvincente. Un tema che parla di come cambia il nostro modo di interagire, di cercare e di comunicare. È ancora presto per capire se siamo all’inizio di una mutazione importante che solo ora inizia a generare volumi di ricerca o se si tratta di un trend momentaneo destinato a ridimensionarsi deludendo le aspettative. Per ora non mi resta che osservare mia madre che, dopo anni di query digitate in modo errato, oggi guarda il suo nuovo smartphone e dice “Ehi, Google! Quanti anni ha Claudio Baglioni?”. Difficile per me capire se la sua faccia stupita che segue questa azione sia dovuta alla risposta precisa ricevuta, o dalla reale età di Baglioni. Continuerò ad indagare. Alla prossima!
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Page Speed: come migliorare posizionamento e conversioni

Page Speed: come aumentare le conversioni con un sito più veloce

Velocizzare il sito web migliora il posizionamento? Tutto quello che c’è da sapere

È il 2009 quando Big G decide di spingere il piede sull’acceleratore accrescendo in modo esponenziale la velocità del web, introducendo così un nuovo fattore di ranking. Da allora il mondo digitale è cambiato in modo altrettanto esponenziale e con ritmi sempre più serrati. Le innovazioni tecnologiche hanno determinato importanti stravolgimenti nelle abitudini degli utenti. Sono cambiati i comportamenti, i dispositivi e di conseguenza è mutata anche l’aspettativa e il grado di soddisfazione di un utente sempre più predisposto ad una fruizione “immediata” dei contenuti cercati. La velocità ha assunto negli anni in modo quasi impercettibile ma sempre crescente un valore molto importante in ambito digitale. Ma come rendere un sito più veloce? E soprattutto, a cosa ci riferiamo precisamente quando parliamo di velocità? Senza troppi giri di parole parliamo della velocità di caricamento, ovvero del tempo che la pagina sulla quale l’utente atterra impiega per caricare tutti i contenuti. Se da un lato la Page Speed riguarda un intervallo di tempo ridotto, dall’altro è il primo fattore attraverso il quale l’utente valuta il suo primo contatto con il contenuto cercato. Una bassa velocità di caricamento ostacola l’usabilità del sito andando a compromettere la soddisfazione dell’utente che decresce in media del 16% per ogni secondo di attesa (gomez.com – akamai.com). Un dato davvero significativo che conferma la grande importanza di uno degli aspetti spesso trascurato. La Page Speed è da sempre per Google un fattore premiante e questa non è una novità ma ci sono due segnali che dimostrano come la velocità stia assumendo sempre più valore. Il primo è lo Speed Update del 2018, grazie al quale Google ha iniziato a valutare tra i fattori di posizionamento anche la velocità di caricamento per le ricerche da mobile. Il secondo è l’aggiornamento di PageSpeed Insights, ovvero dello strumento di analisi necessario per misurare la velocità delle pagine che appare oggi notevolmente migliorato nei report e nelle funzioni.

PageSpeed Insights: tutte le novità dello strumento di Google

Dall’anno scorso anche la velocità di caricamento della pagine da mobile è un fattore che influisce sul posizionamento. Un’evoluzione che non sorprende se pensiamo al constante aumento degli utenti si connettono da mobile, che il 50% di questi visitatori si aspetta il caricamento entro i 2 secondi e che gli utenti che hanno avuto un’esperienza negativa con la pagina mobile hanno il 62% di probabilità in meno di effettuare un acquisto (dati Google). Non ottimizzare il proprio sito per renderlo più veloce vuol dire correre il rischio di perdere clienti, denaro e posizionamento. Chiariamo subito, la Page Speed non è il fattore di ranking più importante e resta sempre valida la centralità del contenuto. Una pagina con dei contenuti pertinenti alla ricerca ma non molto veloce potrebbe posizionarsi meglio di una veloce ma con contenuti scadenti. Non trascurare l’ottimizzazione per rendere il sito più veloce è comunque un passaggio necessario durante il quale utilizzare gli strumenti più adatti per il monitoraggio. La crescente importanza della velocità di caricamento è confermata dalle novità introdotte in PageSpeed insights di Google, strumento che appare oggi migliorato con l’introduzione di nuovi report utili per elaborare informazioni diverse e più strutturate. PageSpeed Insights: aggiornamento La versione aggiornata di Pagespeed Insights comprende il pieno utilizzo di Lighthouse, il tool creato da Google in grado di analizzare ogni URL molto velocemente e di fornire report molto utili per l’ottimizzazione. Un miglioramento importante che permette un’analisi ottimale dei dati e delle metriche di misurazione. Non ci sono più i punteggi di velocità e di ottimizzazione ma un solo punteggio totale con tre valutazioni di velocità: elevata, media o bassa). I nuovi report sono organizzati in categorie diverse e sono:

Data Field

Qui vengono raccolti i dati dal report di Chrome User Experience (CrUX) che includono informazioni sul modo in cui gli utenti di Chrome interagiscono con la pagina, qual è il tempo di caricamento dei contenuti e altro ancora.

Lab Data

In questa categoria vengono raccolti i dati con il supporto di Lighthouse simulando l modo in cui un dispositivo mobile carica una determinata pagina. Vengono incorporati parametri di rendimento come:
  • First Contentful Paint: il tempo necessario per la visualizzazione del primo elemento per un utente.
  • Speed Index: quanto velocemente i contenuti di una pagina sono visibili.
  • Time to Interactive: la velocità con cui una pagina diventa completamente interattiva.
  • First Meaningful Paint: quando il contenuto principale di una pagina è visibile.
  • First CPU Idle: riguarda il livello di interattività della pagina.
  • Estimated Input Latency: stima il tempo impiegato dall’app per rispondere all’input dell’utente, in millisecondi.

Opportunities

A partire dal test, questa categoria mostra dei suggerimenti di ottimizzazione utili a migliorare le prestazioni della pagina. Il tutto segnalando le motivazioni del rallentamento della pagina, i risparmi stimati dopo la correzione. Si tratta di parametri molto importanti perché hanno un impatto diretto sul punteggio di velocità complessivo.

Diagnostics

Il rapporto fornisce informazioni su aspetti come cache, diensioni DOM, JavaScript e tanto altro.

Passed Audit

In questa sezione vengono mostrati i parametri tecnici ottimizzati con esito positivo. Categoria molto utile per mantenere uno storico sugli interventi di ottimizzazione svolti per i quali il sito non presenta più problemi.

Sito web più veloce: User Experience migliore e tassi di conversione più alti

La velocità del sito migliora il posizionamento? La risposta è: non solo! Come abbiamo visto lavorare sull’ottimizzazione della velocità di caricamento è utile per più di un motivo. Avere un sito veloce ti permette di migliorare prima di tutto l’esperienza dell’utente. Un primo impatto positivo e una navigazione senza rallentamenti sono due fattori che hanno una significativa ricaduta sulla fedeltà dell’utente e sul potenziale incremento dei tassi di conversione. Non trascurare le prestazioni del proprio sito vuol dire proporre contenuti alla velocità che l’utente si aspetta. Proporre contenuti coerenti con la ricerca in tempi di caricamento veloci è di sicuro una buona pratica anche ai fini del posizionamento.
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Cosa significa fare link building nel 2019

A cosa servono oggi i backlink? Qualche mossa vincente per ottenere quelli giusti

I backlink sono uno dei fattori che più influenza la classificazione organica di Google, pertanto la creazione e la gestione di un profilo backlink di successo è una delle maggiori preoccupazioni per i SEO.
La link building oggi poi, si sta evolvendo, nonostante siano ancora tanti, quelli che continuano a lavorare “old style” facendo danni ai propri siti web e a quelli dei propri clienti.
Nel 2019 fare link building significa servirsi di uno dei più potenti strumenti per ottimizzare il posizionamento di un sito web sui motori di ricerca. Bisogna però saperlo fare bene!
Ti suggerisco quindi i principali tips da seguire ogni volta che ti approcci a questa attività:

  1. Ancore Brand: oggi è assolutamente indispensabile lavorare sul brand del proprio sito. Evitare quindi anchor text troppo commerciali e variarle di continuo deve essere il tuo pane quotidiano.
  2. Scelta dei siti: bisogna ricevere sempre e solo link da siti credibili. Devi evitare in maniera categorica contenitori di guest post e pieni zeppi di link ma devi puntare a siti con traffico reale e una linea editoriale seria. La tua regola deve essere alternare siti generalisti, siti verticali (del tuo stesso settore) e testate giornalistiche così da avere un profilo link credibile e solido.
  3. Costanza: l’attività di link building deve essere svolta con costanza. Un lavoro fatto bene sul lungo periodo, porta i risultati migliori.
  4. Pagine di destinazione: è necessario scegliere con cura la pagine obiettivo del proprio sito su cui far arrivare il link. Vanno identificate con attenzione, analizzando il mercato, le conversioni, le query e la struttura di linking interna del sito web.

Da quando ho iniziato a fare questo lavoro ho raccolto molti suggerimenti e fatto tante esperienze, che oggi ritengo assolutamente preziose per svolgere le mie attività quotidiane di link building.
Ecco una serie di mosse vincenti per tutti coloro che operano nel settore della SEO Off-site:

  1. Controlla periodicamente i backlink che ricevi attraverso strumenti pregiati come Semrush o Seozoom. Io utilizzo Semrush, pertanto vi mostrerò nello specifico tutte le operazioni che faccio utilizzando questo strumento. Il mio consiglio è di fare questo check ogni due settimane, dal momento che è il periodo di tempo impiegato da Google per indicizzare i nuovi link. La prima cosa da fare quindi è visionare il profilo Backlink del tuo progetto su Semrush, usare il filtro “Nuovi” e come opzione selezionare solo il tipo “Follow,” per avere modo di tracciare subito i backlink più preziosi. Organizza questi dati con la quantità di traffico referral indicata da Google Analytics e invia un bel report al tuo capo o al tuo cliente per dimostrargli che stai facendo un ottimo lavoro. Se poi vuoi andare ancora più a fondo e procedere con un lavoro certosino, rimanendo nel profilo backlink scegli l’ordine crescente per punteggio di fiducia, nella colonna a sinistra. Se trovi un link sospetto, non disperare, aggiungilo all’elenco rifiuta con un solo click. Consulta infine i backlink “Persi” dal tuo profilo, aggiungi il filtro “Follow” e seleziona poi l’ordine crescente nel “Punteggio di fiducia”. Operando in questa maniera potrai verificare i backlink persi da domini attendibili.
  2. Spiare un po’ i tuoi concorrenti fa bene alla tua salute lavorativa e a quella del tuo cliente! Digita il loro dominio su Semrush e analizza il loro profilo backlink. Potresti anche servirti di quei competitor menzionati da Semrush, ma potresti trovare grandi colossi come Amazon, Wikipedia e altri. Quindi il mio consiglio è di analizzare un competitor alla volta e verificare se possiede qualche backlink interessante che potresti ricevere anche tu. Creati una lista di siti e analizzali uno per volta su Semrush valutando il posizionamento organico, il numero di domini di riferimento e il Backlink audit tool, tramite il quale potrai verificare l’eventuale presenza di link tossici e quindi quanto effettivamente sia positivo o no ricevere backlink da quei domini.
  3. Trova idee che impreziosiscano i tuoi contenuti e rendano il tuo investimento! Oltre a guardare i trend topic sui vari social di riferimento a seconda del settore in questione, anche in questo caso potresti servirti dei tuoi rivali. Dopo aver inserito il domino di un tuo rivale su Semrush, nel report Pagine indicizzate, puoi trovare idee per strutturare contenuti in grado di attirare “backlink naturali”. Potresti renderti conto che ci sono tepic redditizi a cui non avevi mai pensato e che potranno essere di riferimento per la tua content strategy.
  4. Acquisisci backlink naturali e fai in modo che Google si innamori di te: oltre a creare contenuti interessanti che possano davvero coinvolgere il tuo pubblico, riduci drasticamente il numero di ancore commerciali e aumenta il numero di ancore brand o composte (mix tra nome del brand e testo aggiuntivo).
  5. Infine controlla lo stato di salute dei tuoi backlink attraverso uno strumento chiamato Backlink audit Tool. Una volta impostato saranno automaticamente raccolti tutti i backlink raccolti dal database di Semrush e dalla Search Console di Google. Potrai quindi verificarli e decidere o di metterti in contatto con i proprietari dei siti web chiedendo loro di rimuovere il link, aggiungere il link ad una lista Disavow o mantenere il link se non sembre essere dannoso.

Per il momento penso possa bastare….alla prossima puntata!

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Digital pr: individua gli influencer giusti per la moda

Digital pr: individua gli influencer giusti per la moda

Come costruire una strategia di digital pr e quali influencer coinvolgere

L’influenza e il passaparola in qualsiasi epoca storica hanno rappresentato delle vere e proprie valute nell’economia. Sembra quasi banale quindi che oggi l’influenza detti le regole dell’economia digitale, soprattutto se la sfera di appartenenza è la moda.
Il mercato e qui interpelliamo anche l’offline, si aspetta che i brand parlino tramite blogger e influencer, creando così un canale diretto tra consumatori e venditori.
I dati dimostrano che ricorrere alle Digital PR incrementa di circa 5,2 volte l’efficacia della propria campagna marketing e, quindi, influenza concretamente anche le scelte d’acquisto dei consumatori.
Il numero di follower sommato alla capacità di creare engagement e all’autorevolezza, rappresenta una leva di immenso valore all’interno di una strategia di digital marketing. Grazie a contenuti di qualità creati dal brand insieme a blogger e influencer, si amplifica non solo la reputazione ma anche l’audience e soprattutto il fatturato dei negozi di abbigliamento e accessori.
I brand possono e devono servirsi degli influencer per coinvolgere le community, creare conversazioni, orientare le scelte e migliorare la reputazione digitale di un business.
Gli influencer si concentrano ormai in tutte le piazze del web: Instagram, Facebook, Youtube, 21button, Twitter, Blog. Ma esattamente qual è il loro ruolo in una campagna di digital marketing?
A metà strada tra brand ambassador e consumatori, gli influencer sono delle web celebrities che grazie alla loro capacità di raccontare la normalità, diventano depositari di consigli, saperi e ispirazione.
Ma vediamo passo passo come strutturare una strategia di Influencer Marketing customizzata.

La strategia vincente per una campagna di Digital PR

Quando si pianifica una campagna di Influencer marketing si parte da una scrematura iniziale fondata sul numero di follower che deve corrispondere a un valore commerciale.
Tuttavia la fama, se così vogliamo definirla, è solo una delle tante armi vincenti degli influencer. La verità che sotterra ogni altra analisi e dato numerico è che la forza trainante degli influencer deriva dal fatto che sono percepiti come persone normali. Pertanto viene facile, se non addirittura naturale per i consumatori immedesimarsi in loro e seguire i loro consigli di tendenza.
Oggi infatti possiamo distinguere tre tipi di influencer, in base al loro seguito: ci sono i megainfluencer, che hanno più di 500 mila followers; i normali influencer che hanno tra i 100mila e i 500mila; i microinfluencer, che ne hanno tra i 10mila e i 100mila. Negli ultimi anni, però, si sta sviluppando una nuova categoria, molto diversa da quelle sopra citate, ovvero i nanoinfluencer, con meno di 10mila followers ma in grado nella loro piccola community di trasformare il modo in cui le aziende fanno marketing sui social network.
Non a caso, infatti i più addentrati nel settore selezionano all’interno di una studiata campagna di digital PR anche un buon numero di nanoinfluencer, praticamente a costo zero.
Oggi per pianificare una campagna di Digital PR bisogna prevedere un budget come quello che si decide di spendere per le campagne advertising su Google o su FB e IG.
Una volta stimato il budget da destinare a questa attività devi procedere per gradi.
Poniamo che il budget stanziato dal cliente sia di 2000 euro e capiamo passo dopo passo cosa fare. L’ideale con un budget del genere, sarebbe ingaggiare 5 influencer da pagare e 7/10 con i quali intraprendere una collaborazione basata sullo “scambio merce”.
Analizziamo ora le diverse fasi:
L’ideale sarebbe ingaggiare influencer che abbiano un seguito sia sui loro canali social ma anche sui loro blog. La potenza della link building seppur passa in secondo piano, in certi settori merceologici, come quello dell’abbigliamento, ha sempre un valore fondamentale per Google.

  1. Prima di tutto devi analizzare esattamente il target che vuoi colpire e dal quale con assoluta probabilità otterrai delle conversioni in termini di vendite. Dove si concentra principalmente? A che ora si connette sui social? che interessi ha? è principalmente maschile, femminile o eterogeneo? da dove proviene? segue i tuoi competitor?
  2. Una volta definito il target il consiglio che ti do è quello di farti guidare dai tool e procedere alla ricerca. Io ti suggerisco una serie di tool gratuiti dai quali iniziare, ma se vorrai fare un lavoro con i fiocchi dovrai anche pensare di fare degli abbonamenti annuali. Tra i tool gratuiti con i quali incominciare a prendere confidenza ti consiglio Influgramer, Influence.co ma anche i tuoi stessi canali social, Instagram e facebook e il massimo conoscitore di tutte le domande e le risposte, il signor Google. Sui primi tool potrai fare una ricerca mirata a seconda della categoria di appartenenza, in questo caso la moda, il numero di follower e likes, l’età, la geografia del territorio. Attraverso i tuoi canali invece potrai fare delle ricerche mirate tramite hashtag o digitando direttamente i nomi degli influencer e verificare il loro seguito, la qualità dei loro contenuti e il livello di engagement. Su Google potrai digitare delle parole chiave di riferimento e otterrai una serie di risultati interessanti dai quali partire e iniziare a fare delle valutazioni. Per un lavoro perfetto l’ideale sarebbe che tu potessi utilizzare strumenti come Klear per analizzare la qualità e la potenza degli influencer nei loro canali e Semrush per verificare quello che fanno i tuoi competitor, guardare i loro backlink e analizzare chi parla di loro.
  3. Una volta che hai raccolto le idee e i nomi bisogna mettersi all’opera. Il mio suggerimento è quello di creare un file excel e segnare le voci fondamentali: Nome e cognome, canale IG con numero di follower, FB con numero di mi piace, Youtube con numero di iscritti, Twitter con numero di follower, Blog, contatto email e numero di telefono. Questo file vedrai che col tempo diventerà il tuo pane quotidiano e la risorsa principale del tuo lavoro e col tempo capirai come migliorarlo e addomesticarlo a seconda delle tue esigenze.
  4. Adesso è arrivato il momento del contatto. Preparati un contenuto per email evergreen da modificare a seconda delle esigenze. Dedica qualche riga a presentarti e a presentare l’azienda per la quale lavori, senza mai essere remissivo, piuttosto decanta e dai valore al brand per il quale andrai a fare la proposta di collaborazione. A seconda poi che si tratti di un normale influencer o un nanoinfluencer, cambia i toni e la formula della proposta di collaborazione. Nel primo caso chiederai di conoscere le sue quotazioni, nel secondo caso proporrai lo scambio merce.
  5. Finalmente stai ricevendo le prime risposte! Ecco che capiterà sicuramente di incorrere in risposte negative oppure da parte di agenzie che gestiscono le comunicazioni con le web celebrities di riferimento. I prezzi potrebbero essere piuttosto alti, ma non è sempre così, non solo perché molti influencer si autogestiscono e quindi potrai interloquire direttamente con loro ma anche perché l’arma della contrattazione deve sempre essere tua complice. Bisogna solo capire in che momento preciso interpellarla. L’ideale sarebbe che tu colga l’occasione per intraprendere una relazione di fiducia e stima lavorativa, in modo tale da riconoscere in loro non solo il ruolo che hanno, ma fare anche in maniera tale che lo riconoscano in te. Per loro rappresenti lavoro e ben volentieri accetterebbero delle controproposte economiche se tu fossi in grado di prometterli altro lavoro futuro.
  6. E’ fatta! Sei riuscito ad ingaggiarne tanti/e quanti/e te ne eri prefissato. Adesso è il momento di dare loro il brief esatto del messaggio da comunicare. Non sottovalutare mai questo momento, devono essere guidati passo passo e dire e mostrare precisamente quello che tu vuoi che dicano e mostrino. Dovrai concordare il numero esatto di post/tweet/stories/articolo di blog/video e/o mentions su youtube e le date e ore di pubblicazione, in modo così da verificare che tutto venga effettuato entro le scadenze previste.
  7. Ora non ti resta che monitorare la campagna e tracciare attraverso Analytics da dove arrivano le principali vendite, nel caso in cui abbiate affidato agli influencer dei codici sconto, quanti ordini arrivano tramite loro, se aumentano il numero di iscritti e follower ai canali del brand per cui state lavorando, se migliora il livello di engagement.
  8. Alla fine della campagna i dati e i numeri ti serviranno a capire quanto è stato buono il lavoro che hai fatto. Se i risultati ottenuti saranno positivi, il cliente nella maggior parte dei casi sarà disposto per la successiva campagna ad affidarti altro budget!

Aggiornati sempre e non sottovalutare mai nulla, ogni forma di conoscenza è potere!
Lavora a stretto contatto con il Social media manager ammenoché non sei già tu e impara ad utilizzare strumenti come Search Console e Analytics per il monitoraggio dei dati. Un buon lavoro deve essere sempre testimoniato dai numeri.